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Lavoro, Cgia: Occupazione femminile ferma al 47%

E' la stima diffusa dalla Cgia di Mestre. Zabeo: la situazione resta molto delicata. Preoccupano i dati relativi alla disoccupazione che è raddoppiata in 7 anni.

  I dati sull'occupazione italiana continuano a restare preoccupanti nonostante alcuni timidi segnali incoraggianti nelle ultime settimane. E' la fotografia scattata dalla Cgia di Mestre che certifica in circa 22 milioni e 500 mila gli italiani occupati, tra lavoratori dipendenti e autonomi, il 56,3% del totale. Secondo la Cgia tra i 28 paesi dell’Unione europea solo la Croazia, con il 55,8% e la Grecia, 50,8%, presentano un tasso di occupazione più basso del nostro. Dal 2008 al 2015 abbiamo perso complessivamente circa 625.600 posti di lavoro, anche se tra il 2014 e il 2015 siamo riusciti a recuperarne circa 186.000. 

Al netto di disoccupati, scoraggiati e inattivi registra un gap con la Germania di 17,7 punti percentuali con la Germania, di 16,4 punti con il Regno Unito e di 7,9 punti con la Francia. “Quando analizziamo i dati riferiti al mercato del lavoro – spiega il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo – l’attenzione è quasi sempre rivolta all’andamento del tasso di disoccupazione. In realtà il tasso di occupazione è più importante, perché lega questo indice a doppio filo con il livello di produzione di ricchezza di un’area. In altre parole, tra il numero di occupati e la ricchezza prodotta in un determinato territorio c’è un rapporto diretto. Al crescere dell’uno, aumenta anche l’altra”.

La situazione peggiora se si prende in considerazione l'occupazione femminile: il tasso italiano è pari al 47,2% che porta lo scarto con la media Ue a 13,2 punti, mentre in quello giovanile, attestatosi nel 2015 al 15,6%, il differenziale schizza a 17,5 punti percentuali. A livello territoriale, prosegue il Report Cgia, è il Mezzogiorno a presentare le maggiori difficoltà. Quasi tutte le regioni registrano un tasso di occupazione inferiore addirittura a quello greco: la Sardegna, ad esempio, presenta 0,7 punti percentuali in meno rispetto al dato medio di Atene, il Molise 1,4, la Basilicata 1,6, la Puglia 7,5, la Sicilia 10,8, la Campania 11,2 e la Calabria 11,9. 

Secondo l'ufficio studi, inoltre, il Pil dell'Italia tornerà alla situazione pre-crisi non prima del 2020: dall'inizio della crisi (2007) ad oggi, nel nostro Paese il Pil è sceso di oltre 8 punti, i consumi delle famiglie di 6,5 punti e gli investimenti quasi 27,5 punti percentuali. La disoccupazione, invece, è pressoché raddoppiata.  "Il Premier Renzi - segnala il coordinatore dell'Ufficio studi della Cgia paolo Zabeo - fa bene a trasmettere ottimismo e fiducia. La situazione, tuttavia, rimane ancora molto delicata. Per recuperare il terreno perso ci vorrà molto tempo. Se nel prossimo futuro il Pil crescerà di almeno 2 punti ogni anno, il nostro Paese tornerà alla situazione pre-crisi solo nel 2020".  

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