Riforma Pensioni, Il DEF delude le aspettative per il 2022

Giovedì, 14 Aprile 2022
Nel documento di economia e finanza solo un richiamo generale ad una riforma che consenta «forme di flessibilità in uscita» ed un approfondimento sulle «prospettive pensionistiche» delle giovani generazioni. Ma l'accordo è lontano.

Nulla di fatto. Quello che purtroppo si temeva si è avverato. Nel DEF non c’è praticamente nulla in ambito previdenziale. Quello che aveva affermato il Governo all’inizio dell’anno e cioè che nel DEF ci sarebbe stata un’ipotesi di accordo per la nuova riforma previdenziale e che sarebbe stato indicato anche l’impegno economico, è stato disatteso.

Nel documento appena trasmesso al Parlamento c’è solo, infatti, una mera dichiarazione d’intenti secondo la quale «l’attuale contingenza non deve farci distogliere l’attenzione dalle politiche strutturali già avviate nei settori strategici della transizione ecologica e digitale, della competitività del sistema economico, della sanità e del welfare, con particolare riguardo all’assetto del sistema pensionistico per il quale, nel pieno rispetto dell’equilibrio dei conti pubblici, della sostenibilità del debito e dell’impianto contributivo del sistema, occorrerà trovare soluzioni che consentano forme di flessibilità in uscita ed un rafforzamento della previdenza complementare. Occorrerà, altresì, approfondire le prospettive pensionistiche delle giovani generazioni».

Le premesse non erano positive. L’interruzione degli incontri governo/sindacati a metà febbraio, prima dello scoppio della guerra russo/ucraina, dovuto ai contrasti sul tema forse più significativo quello della flessibilità in uscita e poi il conflitto bellico in corso in Europa ha indotto il Governo a rimandare nuovamente il problema spostando il tutto alla fine di settembre alla presentazione della NADEF.

Ci sono state, per dire il vero, le solite stucchevoli dichiarazioni che gli incontri con le parti sociali riprenderanno presto su tutte le tematiche più scottanti comprese le pensioni ma è del tutto evidente che la situazione si è ingarbugliata.

Tutte le ottimistiche previsioni formulate alla fine dell’anno passato su una consistente ripresa dell’economia, dopo i due anni terribili di pandemia, sono state, a causa della guerra, clamorosamente smentite.

La prevista crescita del PIL all’’4,8% è ora scesa sotto al 3%, l’inflazione viaggia pericolosamente verso la doppia cifra, lo spread si alza e già ci sono i titoli di stato collocati a tassi che non si vedevano da due/tre anni.

Il Governo viaggia a due velocità. Se il conflitto, come tutti si augurano, terminerà entro poche settimane cercherà di approvare alcune riforme, tra cui quella previdenziale, se invece come molti osservatori temono, durerà tutto l’anno nel DEF in tema pensioni non ci sarà praticamente nulla.

Si rischia, in pratica, di prorogare ulteriormente per un altro anno Opzione Donna, Ape Sociale, aspettare il 2023 demandando al prossimo Esecutivo la soluzione di questo delicato problema.

Oltretutto la fibrillazione politica è sempre alta, soprattutto in tema di giustizia e fisco e qualcuno ipotizza che già in estate Draghi possa dare le dimissioni con conseguente voto elettorale in autunno.

Certamente questo è un quadro molto negativo che non fa onore al Governo. Rimandare sempre i problemi e mai affrontarli denota poca responsabilità e scarsa propensione verso i cittadini. Rimango convinto che in poche settimane possa essere elaborata una buona riforma previdenziale e con i risparmi ricavati dal minore utilizzo di quota 100 e degli oltre 160.000 decessi da covid di cui oltre l’80% pensionanti, si possa attuare quella flessibilità in uscita a partire da 62 anni, con una lieve penalizzazione, che i lavoratori aspettano da tempo. Questo tesoretto quantificato in circa 20 miliardi potrebbe bastare a coprire il costo della riforma fino alla fine del decennio.

Si avrà così a disposizione un lasso di tempo ampio di quattro/cinque anni e senza l’assillo di aspettative elettorali per studiare un nuovo sistema previdenziale più attuale e sostenibile e che sia al tempo stesso meno rigido per i lavoratori.

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