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Pensioni, Quando l'ex statale rischia di perdere i contributi versati dopo la pensione

La complessità della normativa previdenziale per i dipendenti statali determina alcune contraddizioni. Una di queste è la difficoltà di valorizzare per il pensionato statale altri servizi maturati con iscrizione alla cassa stato.

Tra le problematiche che a volte interessano i pensionati, ex dipendenti statali, una riguarda la possibilità di rioccuparsi dopo la pensione. Essendo venute meno le norme che, in passato, limitavano la possibilità di cumulare la pensione con un reddito da lavoro dipendente o autonomo (almeno nella gran parte dei casi) può capitare di profittare di una nuova occasione lavorativa, per un periodo temporale non particolarmente lungo, dopo la pensione.

Rioccupazione nel settore privato

Per i pensionati del settore statale (ex dipendenti pubblici) questa situazione è fonte di una serie conseguenze in quanto non sempre la complessa normativa consente di valorizzare il nuovo servizio in pensione. A questo riguardo occorre precisare. Se la rioccupazione avviene in contratti di lavoro dipendente di natura privata oppure in rapporti di lavoro autonomo con iscrizione alla gestioni speciali dei lavoratori autonomi o ancora alla gestione separata dell'Inps (come collaboratore o professionista con partiva iva) l'ordinamento consente l'erogazione di una pensione supplementare (all'età di 67 anni) a prescindere dall'entità del periodo di lavoro svolto. In questo caso, pertanto, il pensionato statale può aggiungere alla pensione diretta ordinaria una ulteriore prestazione pensionistica maturata sulla base dei servizi aggiuntivi svolti dopo la pensione.

La rioccupazione nel settore statale

Se invece il pensionato si rioccupa in attività lavorative che, per qualsiasi ragione, comportano la reiscrizione alla Cassa Stato la situazione si complica perchè questa gestione previdenziale non conosce l'istituto del supplemento (e quindi non consente dopo due anni di servizio l'erogazione di una quota aggiuntiva di pensione).

In questi casi le alternative per il pensionato sono due: 1) o raggiunge i requisiti contributivi per l'erogazione di una prestazione previdenziale autonoma in relazione al nuovo servizio (ai sensi dell'articolo 130 co. 2 del DPR 1092/1973); 2) o opta per la riunione di tutti i servizi resi allo stato ai sensi dell'articolo 112 e 117 del DPR 1092/1973 ottenendo la liquidazione di un nuovo ed unico trattamento pensionistico comprensivo sia dei servizi precedenti che quelli successivi. La seconda ipotesi non è indolore perchè comporta la rifusione del precedente trattamento pensionistico erogato per tutto il periodo durante il quale si è protratta la rioccupazione (ma non del periodo durante il quale il pensionato ha percepito la sola pensione). La restituzione deve avvenire in unica soluzione oppure mediante trattenute mensili sullo stipendio o sulla (nuova) pensione.

Come si intuisce la seconda ipotesi è percorribile solo ove la rioccupazione abbia determinato una forte crescita della retribuzione con un aumento significativo della pensione risultante dalla riunione di tutti i servizi prestati, aumento in grado di compensare il prelievo rateale scaturente dalla rifusione. Negli altri casi l'unica alternativa è quella del trattamento autonomo che tuttavia non sempre è possibile in relazione soprattutto a quei servizi prestati per pochi anni. In questa circostanze il pensionato rischia quindi di rimanere senza diritto ad una prestazione pensionistica aggiuntiva ma solo, eventualmente, all'indennità una tantum prevista dall'articolo 42, co. 5 del DPR 1092/1973 a condizione che il servizio abbia avuto una durata di almeno un anno.

La situazione riguarda soprattutto ex postali o ex ferrovieri che entrano, dopo la pensione, nei ruoli del personale civile dello stato. Si pensi ad esempio a Maura, una ex postale rioccupata dopo diversi anni presso la scuola pubblica, come personale ATA, con contratto a part-time, prima con contratti a tempo determinato e, poi dopo alcuni anni con definitiva immissione in ruolo maturando complessivamente ulteriori 10 anni di contributi. Al raggiungimento dell'età ordinamentale di 65 anni l'amministrazione risolve il rapporto di lavoro in quanto non attivabile l'istituto del trattenimento in servizio e lasciando, l'interessata senza la possibilità di acquisire una pensione aggiuntiva sulla base dei servizi prestati. 

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