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Pensioni, per gli esodati fino a 4 anni di anticipo pagati dall'azienda
Il Prepensionamento è possibile per quei lavoratori a cui mancano non piu' di quattro anni alla pensione. L'onere del pagamento dei contributi è a carico dell'azienda.
Kamsin Le aziende e i lavoratori (a fine carriera) che vogliono interrompere il rapporto di lavoro possono contare, tra l'altro, su uno strumento finalizzato a condurre alla quiescenza alcune categorie di dipendenti vicini al pensionamento. Si tratta dell’incentivo all’esodo per i dipendenti vicini alla pensione, introdotto dalla legge 92/2012 (articolo 4 commi 1-7), e attuato dal ministero del Lavoro con le circolari 24/2013 e 33/2013 e con la circolare Inps 119/2013.
La misura prevede che i lavoratori possono accedere in anticipo alla pensione con oneri posti interamente a carico del datore di lavoro. Questi, infatti, dalla data di cessazione del rapporto di lavoro e fino alla data di pensionamento - che deve cadere nei quattro anni successivi (48 mesi) - dovrà corrispondere loro la prestazione di esodo, pari all’importo della pensione idealmente maturata alla data dell’esodo, secondo le regole in vigore, e dovrà versare la contribuzione figurativa che consentirà al lavoratore di maturare il diritto a pensione. L'onere del datore deve essere assistito obbligatoriamente da una fideiussione bancaria, così da assicurare il puntuale e totale diritto degli esodandi e da non gravare sulle finanze pubbliche. Il pagamento avviene con la procedura di pagamento delle pensioni per 13 mensilità, in rate mensili anticipate, la cui esigibilità è fissata al primo giorno bancabile di ciascun mese.
La procedura è attivabile dalle imprese che impiegano mediamente più di 15 dipendenti attraverso un'intesa preliminare con le sigle sindacali. L'importo della prestazione all’esodo che, come detto, può durare fino a 4 anni, è uguale al trattamento di pensione ipoteticamente maturato dal lavoratore alla cessazione del rapporto di lavoro. Si tratta di un importo determinato secondo le regole in vigore al momento dell’incasso della rendita previdenziale maturata nella gestione di competenza. Pertanto, qualora il lavoratore acceda alla pensione anticipata senza aver compiuto i 62 anni - e dunque subendo la penalizzazione - l'importo della prestazione all'esodo sarà ridotto nella stessa misura in cui sarà ridotta la prestazione pensionistica. Spesso, tuttavia, negli accordi che intercorrono tra l'impresa e i lavoratori in procinto di diventare i pensionati, vengono inserite delle clausole che prevedono l'accollo da parte dell'azienda di tali penalizzazioni.
Se un "esodato", ad esempio, al momento della percezione della pensione pubblica (dopo il periodo di accompagnamento alla pensione da parte dell'azienda) ha 59 anni e mancano tre anni al compimento dei 62, si vedrà accreditare una prestazione ridotta, rispetto a quella teorica, del 4% (1% per il primo anno, 1% per il secondo, e 2% per il terzo). Cio' in quanto del 3% sarebbe ridotta la rendita previdenziale. Se, invece, alla data di decorrenza della prestazione il lavoratore ha compiuto 62 anni, la riduzione non sarà applicata.
Da notare però che su questo fronte, a partire dall'anno in corso, si registra una sostanziale modifica legislativa operata dalla legge di stabilità, che ha disposto la cancellazione delle penalità sino al 31 dicembre 2017. Ciò rischia di riverberarsi, inevitabilmente, anche sugli assegni di accompagnamento alla pensione pagati ai lavoratori che hanno attivato questa procedura. Tali assegni, infatti, andranno ricalcolati per recuperare la differenza tra quanto corrisposto applicando la riduzione e quanto percepirà invece il pensionato una volta raggiunta la pensione. Qualora gli accordi avessero posto in capo all'azienda l'accollo della penalità sarà quest'ultima a beneficiare della differenza.
La prestazione inoltre, non essendo una pensione, non beneficia della perequazione automatica, né dei trattamenti di famiglia (assegno al nucleo familiare); e non può essere assoggettata a prelievo per pagamento di oneri, come la rata di cessione del quinto o di mutuo.
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Arrotondamento Anzianità Contributiva, Messaggio Inps 2974/2015
Arrotondamento dell’anzianità contributiva per la maturazione del diritto alla pensione per gli iscritti alle gestioni esclusive dell’assicurazione generale obbligatoria - Chiarimenti (Messaggio Inps 2974/2015)
Kamsin Com’è noto, l’articolo 24 del D.L. n. 201/2011 convertito con modificazioni nella legge n. 214/2011 ha introdotto, a decorrere dal 1° gennaio 2012, nuovi requisiti per il diritto a pensione e ha previsto, per coloro che hanno maturato entro il 31 dicembre 2011 i requisiti contributivi ed anagrafici previsti dalla normativa vigente a tale data, la conservazione del diritto alla prestazione pensionistica secondo tale normativa sia ai fini del diritto che ai fini della relativa decorrenza. Inoltre, il comma 14 del richiamato art. 24 e successive ulteriori disposizioni normative hanno stabilito che nei confronti di determinate categorie di soggetti c.d. "salvaguardati", ancorché maturino i requisiti per l’accesso al pensionamento successivamente al 31 dicembre 2011, continuano ad applicarsi le disposizioni in materia di requisiti di accesso e di regime delle decorrenze vigenti anteriormente al 6 dicembre 2011.
Ciò premesso, a seguito di alcuni quesiti pervenuti sul significato dell’espressione "maturazione dei requisiti per il pensionamento" usata nelle diverse norme, si ritiene opportuno fornire i seguenti chiarimenti in merito ai criteri di arrotondamento dell’anzianità contributiva per gli iscritti alle gestioni esclusive dell’A.G.O. - per i quali la contribuzione è calcolata in anni, mesi e giorni - con particolare riferimento agli iscritti al Fondo speciale per il personale dipendente dalle Ferrovie dello Stato Italiane S.p.A. e al Fondo di quiescenza Poste.
Per la determinazione dell’anzianità contributiva ed assicurativa necessaria per il conseguimento del diritto alla prestazione pensionistica con i nuovi requisiti previsti dalla legge n. 214/2011 nonché con il sistema delle c.d. quote, non si deve operare alcun arrotondamento per eccesso o per difetto alla frazione di mese dal momento che l’anzianità stessa deve essere interamente maturata.
L’arrotondamento previsto dall’art. 59, comma 1 lettera b) della legge n. 449/1997 per la determinazione dell’anzianità continua, invece, ad operare nelle seguenti ipotesi:
- regime sperimentale "opzione donna" di cui all’art. 1, comma 9 della legge n. 243/2004 e s.m. e i. (34 anni, 11 mesi e 16 giorni);
- 40 anni di anzianità al 31 dicembre 2011 (39 anni, 11 mesi e 16 giorni);
- per i lavoratori c.d. "salvaguardati" che raggiungono il diritto a pensione con 40 anni di contribuzione (39 anni, 11 mesi e 16 giorni) indipendentemente dall’età anagrafica
- pensioni di inabilità, ad eccezione di quella prevista dall’art. 2, comma 12 della Legge n. 335/1995.
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Riforma Pensioni, Ecco di quanto cresceranno le pensioni per effetto della Consulta
Complessivamente l'Inps dovrà riconoscere dai 4mila ai 10 mila euro lordi per compensare la perdita del potere d'acquisto degli assegni registrata nel triennio 2012-2015.
Kamsin Assegni piu' ricchi di almeno mille euro annui per chi percepisce una pensione di circa 1500 euro lordi al mese; oltre 2mila euro annui dovranno essere invece riconosciuti a chi ha prestazioni superiori a 6/7 voltre il trattamento minimo inps (vale a dire oltre i 3mila euro al mese) salvo il Governo decida per una diversa rimodulazione degli importi che colpisca i trattamenti piu' elevati.
Cifre tutte al lordo delle ritenute fiscali s'intende, ma comunque sufficienti a rimettere nel portafoglio un pò di quel potere d'acquisto lasciato sul campo in questi anni. E soprattutto la lievitazione degli assegni sarà permanente, cioè destinata a durare nel tempo. Sono questi gli effetti piu' evidenti della sentenza della Corte Costituzionale che sblocca la rivalutazione delle pensioni negli anni 2012-2013 per i trattamenti superiori a tre volte il minimo inps (cioè 1404 euro lordi nel 2012 e 1.444 euro nel 2013).
Non solo. Oltre a poter contare su un assegno piu' succulento per il futuro, ai pensionati dovranno essere corrisposti anche gli arretrati per la mancata rivalutazione durante il quadriennio 2012-2015. Rimborsi che potranno fruttare dai 4mila ai 10mila euro lordi in base all'entità della prestazione.
Ad esempio, un pensionato che percepiva nel 2011 un assegno di 1600 euro al mese si vedrà restituire poco piu' di 4mila euro: la sua prestazione infatti doveva essere di 500 euro piu' alta di quanto gli è stato corrisposto a seguito della Legge Fornero nel 2012; nel 2013 l'importo da recuperare schizza oltre i mille euro per poi attestarsi intorno a questa cifra sia per il 2014 che per il 2015 (perchè dal 1° gennaio 2014 la legge 147/2013 ha fatto ripartire l'indicizzazione).
Il discorso non cambia per gli assegni piu' elevati. Come si evince dalla grafica chi aveva nel 2011 un assegno di 2600 euro al mese (cioè tra 5 e 6 volte il minimo inps) avrebbe dovuto godere di ben 850 euro in piu' nel solo 2012 e di oltre 1800 euro annui in piu' dal 2013 in poi. Il rimborso per il quadriennio 2012-2015 sale così ad oltre 6mila euro lordi. Cifre sempre piu' elevate man mano che cresce l'importo base dell'assegno. Se si prende un assegno pari a 3.100 euro al mese (cioè oltre 6 volte il trattamento minimo) l'importo complessivo da restituire supera i 7mila euro. Qui è possibile simulare il calcolo di quanto deve essere restituito ai pensionati. I rimborsi sono sempre al lordo delle ritenute fiscali: quindi l'importo netto che verrà effettivamente corrisposto sarà ridotto dal prelievo Irpef.
Nulla verà erogato a chi aveva prestazioni inferiori a tre volte il trattamento minimo: gli assegni per i pensionati piu' "poveri" sono stati infatti pienamente indicizzati al costo della vita nel biennio 2012-2013 e, pertanto, la sentenza della Consulta non produce alcun effetto nei loro confronti.
Resta da capire ora come il Governo intenderà riconoscere gli arretrati: l'ipotesi che si fa strada è quella di attribuire pienamente l'adeguamento, ma comunque a rate, solo per gli importi inferiori ad una determinata soglia mentre per quelli superiori l'adeguamento sarà riconosciuto solo parzialmente. Si deciderà entro il primo Giugno probabilmente con un decreto legge.
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Province, ancora ritardi per la mobilità del personale in esubero
A quasi un anno dall'approvazione della Legge Delrio non risulta ancora completa la normativa per regolare la mobilità dei dipendenti dichiarati in soprannumero.
Kamsin Giorni cruciali per il destino dei lavoratori delle province. Gli enti territoriali, svuotati oramai delle proprie funzioni, ai sensi della Legge Delrio (Legge 56/2014) devono individuare nominativamente i dipendenti in esubero destinatari della mobilità introdotta dalla legge 190/2014 attraverso il portale lanciato da Palazzo Vidoni all'indirizzo www.mobilita.gov.it.
Si tratta questo di un passaggio fondamentale per l'attivazione dei percorsi "specifici" che la legge di stabilità ha individuato per la gestione di circa 15-20mila dipendenti pubblici interessati dal riordino delle funzioni provinciali. In primo luogo chi rientrerà nel programma di mobilità potrà accedere al pensionamento in deroga alla Legge Fornero (qualora sia stato già raggiunto un diritto a pensione con la vecchia normativa); coloro che lavorano nella agenzie per l'impiego, invece verranno assorbiti dalla nuova Agenzia nazionale prevista dal Jobs Act. Poi ci sono quei dipendenti che lavorano nella polizia provinciale che saranno ricollocati secondo il riordino delle polizie locali previsto con la legge di riforma della pubblica amministrazione appena approvata dal Senato.
Infine ci sono i dipendenti che dovranno subire un trasferimento vero e proprio il cui numero non è stato ancora chiarito ufficialmente (si parla di circa 15mila lavoratori). Si tratta dei dipendenti soprannumerari di funzioni non fondamentali per i quali la legge prevede la ricollocazione prioritaria presso le Regioni e gli enti locali e i loro enti strumentali e, in via subordinata, con le modalità presso le sedi territoriali delle amministrazioni centrali.
Per l'attivazione di questa procedura tuttavia si registrano molti ritardi. Da un lato infatti mancano ancora due tasselli amministrativi che devono essere adottati dala Funzione Pubblica: il regolamento per definire le procedure di mobilità del personale interessato e la tabella di equiparazione delle posizioni, strumenti indispensabili per "spostare" i dipendenti da un posto all'altro senza compromettere lo stipendio. Dall'altro ci sono le resistenze delle Regioni e delle Amministrazioni Locali che non collaborano nelle definizione dei posti da assegnare ai dipendenti provenienti dalle Province. Il Governo assicura che nessun dipendente soprannumerario perderà il posto di lavoro ma su tutta la procedura pende il termine del 31 dicembre 2016: a quella data chi risulterà ancora in soprannumero sarà collocato in disponibilità.
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Pensioni, Stop all'arrotondamento dell'anzianità contributiva per i dipendenti pubblici
L'Inps nega la possibilità di ricorrere agli arrotondamenti alla frazione di mese per anticipare la pensione dei dipendenti pubblici. La questione interesserà soprattutto i lavoratori che raggiungono i requisiti alla fine dell'anno.
Kamsin Con la riforma Fornero i lavoratori iscritti alle forme esclusive dell'AGO dovranno maturare per intero l'anzianità contributiva necessaria per il conseguimento delle prestazioni pensionistiche di vecchiaia e anticipata. Lo precisa l'Inps nel messaggio n. 2974/2015.
Per la determinazione dell’anzianità contributiva ed assicurativa necessaria per il conseguimento del diritto alla prestazione pensionistica con i nuovi requisiti previsti dalla legge n. 214/2011 nonché con il sistema delle c.d. quote, - precisa l'Inps - non si deve operare alcun arrotondamento per eccesso o per difetto alla frazione di mese dal momento che l’anzianità stessa deve essere interamente maturata.
La questione era stata posta da alcune sedi territoriali dell'Inps e dai Caf e riguardava, in particolare, le sorti dell'articolo 59 della legge 449/1997 che consente, com'è noto, di arrotondare alla frazione di mese l’anzianità contributiva per gli iscritti alle gestioni esclusive dell’A.G.O (cioè i dipendenti pubblici) - per i quali la contribuzione è calcolata in anni, mesi e giorni - nonchè per gli iscritti al Fondo speciale per il personale dipendente dalle Ferrovie dello Stato Italiane S.p.A. e al Fondo di quiescenza Poste. L'Inps precisa che, in sostanza, l'arrotondamento in parola dal 1° gennaio 2012 non può piu' operare.
Stop alla possibilità quindi, ad esempio, di chiedere la pensione anticipata arrotondando i 41 anni e 6 mesi di contributi a 41 anni 5 mesi e 16 giorni di servizio oppure i 42 anni e 6 mesi a 42 anni, 5 mesi e 16 giorni di servizio. La misura, a ben vedere, penalizzerà soprattutto quei lavoratori che con l'arrotondamento avrebbero centrato il requisito al 31 dicembre dell'anno e che ora vedranno pertanto dilatarsi il momento dell'uscita.
L’arrotondamento previsto dall’art. 59, comma 1 lettera b) della legge n. 449/1997 per la determinazione dell’anzianità continua, invece, ad operare nelle seguenti ipotesi:
- regime sperimentale "opzione donna" di cui all’art. 1, comma 9 della legge n. 243/2004 e s.m. e i. (34 anni, 11 mesi e 16 giorni);
- 40 anni di anzianità al 31 dicembre 2011 (39 anni, 11 mesi e 16 giorni);
- per i lavoratori c.d. "salvaguardati" che raggiungono il diritto a pensione con 40 anni di contribuzione (39 anni, 11 mesi e 16 giorni) indipendentemente dall’età anagrafica
- pensioni di inabilità, ad eccezione di quella prevista dall’art. 2, comma 12 della Legge n. 335/1995.
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Pensioni, Fuori dalle Pa chi ha raggiunto la quota 96 entro il 2011
In Gazzetta la Circolare della Funzione Pubblica che obbliga le pubbliche amministrazioni a collocare forzosamente in pensione i dipendenti che abbiano maturato un diritto a pensione prima della Riforma Fornero.
Kamsin E' stata pubblicata ieri in Gazzetta Ufficiale la Circolare della Funzione Pubblica 2/2015 con la quale Palazzo Vidoni ha individuato con precisione i limiti e le modalità per l'esercizio del potere di collocare in pensione d'ufficio i dipendenti pubblici.
La Circolare ribadisce che i dipendenti che hanno maturato il requisito di accesso al pensionamento entro il 31 dicembre 2011 (in pratica la vecchia quota 96) rimangono soggetti al regime di accesso al pensionamento previgente (anche in applicazione dell'articolo 2, comma 4, del decreto legge 31 agosto 2013, n. 101). Pertanto nei confronti di questi dipendenti l'amministrazione dovrà esercitare il recesso al raggiungimento del limite ordinamentale, cioè al perfezionamento dei 65 anni.
Il provvedimento precisa inoltre che tutte le amministrazioni nonché le Authority potranno, poi, facoltativamente, procedere alla risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro dei propri dipendenti quando maturano i requisiti per l'anzianità contributiva (42 anni e sei mesi se uomini, 41 e sei mesi se donne) e hanno compiuto 62 anni di età (questo vincolo anagrafico appare superato sino al 31.12.2017). Prima di agire l'amministrazione dovrà dare un preavviso di sei mesi (il preavviso potrà essere anche comunicato in anticipo rispetto alla realizzazione dei relativi presupposti). La facoltà in parola è tuttavia preclusa nei confronti dei dirigenti medici responsabili di struttura complessa (i primari), i magistrati, il personale difesa e soccorso pubblico e i professori universitari.
L'altro punto è la conferma dell'abolizione del trattenimento in servizio. Quando il lavoratore ha raggiunto l'età per la vecchiaia non potrà piu' chiedere di restare in servizio, come accadeva in passato, al fine di maturare una pensione piu' succulenta. C'è solo una deroga. Le amministrazioni, infatti, non dovranno comunque penalizzare i lavoratori che, pur avendo raggiunto i limiti di età, non hanno i contributi pieni: in questo caso è prevista infatti la possibilità di permettere il proseguimento dell'impiego fino ai 70 anni (più l'adeguamento alla speranza divita).
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Pensioni, Governo verso lo sblocco solo parziale degli assegni
Entro Giugno il Governo stabilirà come dare esecuzione alla Sentenza della Corte Costituzionale dello scorso Venerdì con la quale è stato dichiarato illegittimo il blocco della perequazione nel biennio 2012-2013. Kamsin A breve ci sarà anche un incontro con i sindacati. Sono queste le prime indicazioni emerse nella giornata di ieri da fonti vicine all'esecutivo.
Si fa poi sempre piu' strada l'ipotesi di uno spartiacque posto più in alto rispetto all'impostazione del decreto salva-Italia (cinque o sei volte il minimo, ovvero, 2.342 euro lordi al mese, oppure 2.810 euro lordi al mese) per limitare i danni dell'esborso. La Corte, infatti, quando si è dovuta esprimersi sulla norma introdotta nel 2007 dal Governo Prodi ha dato il benestare al blocco delle pensioni piu' elevate. Insomma l'ipotesi è che il Governo ripristini gli aumenti solo parzialmente, venendo incontro alle indicazioni della stessa Consulta che chiede in sostanza un meccanismo più graduale e la tutela dei redditi bassi. L'obiettivo resta quindi quello conciliare le ragioni dell'equità con il rigore dei conti pubblici.
Resta da comprendere cosa dirà l'Ue. Bruxelles ha già fatto sapere che le minori risorse necessarie per rimborsare - almeno in parte - i pensionati e incrementare in via definitiva i loro trattamenti dovranno essere compensate con altre voci di importo equivalente, in modo da mantenere gli impegni presi dal Paese. Come dire che il buco la cui entità ancora non è chiara (si parla di circa 5miliardi di euro) dovrà essere coperto tramite un taglio ad altre voci di spesa. Resta inteso comunque che le cifre corrisposte saranno soggette al prelievo Irpef e quindi in realtà una fetta di questi denari torneranno nelle casse dello stato.
Quanto ai tempi dell'intervento del governo, Taddei, il responsabile economico del Pd, prevede che siano "ragionevolmente rapidi": "sarebbe opportuno poter dare un'indicazione entro il versamento degli assegni il primo giugno".
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Pensioni / Consulta, Taddei: indicazioni sui tempi del rimborso entro il 1° giugno
"Qualunque sarà la scelta del governo sarà ispirata a due principi: tenuta dei conti ed equità". E' quanto sottolinea il responsabile economico del Pd Filippo Taddei commentando la bocciatura da parte della Corte Costituzionale della norma Fornero del 2011 che bloccava l'adeguamento delle pensioni al costo della vita per gli assegni superiori a tre volte il minimo Inps (1.443 euro). Kamsin Una sentenza, quella della Consulta, che per l'Avvocatura dello Stato ha un impatto sui conti pubblici di circa 1,8 miliardi per il 2012 e altri 3 miliardi per il 2013. "In questa fase è impossibile definire con quale strumento interverrà il governo" per adeguarsi alla decisione della Consulta e rimborsare i 6 mln di pensionati colpiti dal blocco delle indicizzazioni. "Adesso si sta valutando l'esatto impatto sul bilancio quindi è in corso la ricognizione della Ragioneria Generale dello Stato", spiega Taddei. L'obiettivo è avere in mano numeri certi in tempi rapidi, anche per evitare il 'balletto' sulle cifre, che secondo indiscrezioni potrebbero arrivare fino a 13 mld in termini di impatto sul bilancio. Di certo "l'effetto riguarderà solo il deficit degli anni interessati, 2012 e 2013, e non intaccherà in alcun modo il deficit 2015", chiarisce Taddei. Diverso però è l'impatto sul debito pubblico, alla luce del previsto rialzo del disavanzo degli anni precedenti.
In ogni caso, sottolinea l'economista, "dobbiamo ricordare che le norme Fornero furono concepite in un momento in cui la situazione italiana era gravissima e il paese andava raddrizzato mettendo in sicurezza i conti e le stesse pensioni". Dunque "anche se presentano un errore di tecnica legislativa, non bisogna approfittare di questa sentenza per rimuovere la memoria collettiva della gravità della crisi in quegli anni e questo lo dico per invitare certe forze politiche ad evitare le polemiche".
Inoltre, osserva ancora Taddei, "alla luce della sentenza della Corte costituzionale, che considera le pensioni come una retribuzione differita, allora avrebbe senso considerare uno più stretto allineamento tra contributi versati e pensioni, per gli assegni più alti ovviamente". Quindi "cercare di essere più attenti affinché le pensioni più alte, siano in linea con i contributi versati e questo spesso non accade". Quanto ai tempi dell'intervento del governo, Taddei prevede che siano "ragionevolmente rapidi" e in conclusione osserva: "di certo sarebbe opportuno poter dare un'indicazione entro il versamento degli assegni il primo giugno".
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Pensioni, Poletti incontrerà i sindacati dopo un confronto in Cdm
I sindacati dei pensionati Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil hanno inviato oggi (4 maggio) una richiesta di incontro urgente al Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Giuliano Poletti sulle modalità e le tempistiche di applicazione della sentenza della Consulta sulla rivalutazione delle pensioni. E’ quanto si apprende da una nota unitaria delle tre sigle sindacali. Kamsin "Incontrerò sicuramente i sindacati, non appena avremo definito a livello di governo una posizione collegiale in merito alla sentenza della Consulta". Questa la risposta di Poletti, in una dichiarazione alle agenzie di stampa. "E' necessario un approfondimento dei contenuti - ha aggiunto - serve un po' di tempo".
Il 30 aprile la Consulta ha bocciato la riforma Fornero, nella norma che bloccava la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici al costo della vita per gli assegni superiori a tre volte il minimo Inps. In particolare, la sentenza della Corte dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 24, comma 25, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, nella parte in cui prevede che "in considerazione della contingente situazione finanziaria, la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici, secondo il meccanismo stabilito dall'art. 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, è riconosciuta, per gli anni 2012 e 2013, esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo Inps, nella misura del 100 per cento".
Subito dopo era arrivato l'intervento del sindacato dei pensionati. “Avevamo ragione noi. Il blocco della rivalutazione delle pensioni voluto dalla Fornero era profondamente ingiusto e perfino incostituzionale. Ora è bene sanare questa ingiustizia perché i pensionati meritano di vedere tutelata la propria pensione, così come abbiamo sempre sostenuto fin dal governo Monti”. Così il segretario generale dello Spi Cgil, Carla Cantone, aveva commentato la sentenza.
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Riforma Pensioni, Damiano: ora discussione seria sulle pensioni flessibili
Il Governo Prodi, nel 2007, aveva istituito per la prima volta un tavolo di concertazione con i sindacati dei pensionati. Si trattava di una innovazione molto importante che si proponeva di coinvolgere i soggetti direttamente interessati alla tutela del potere d’acquisto delle pensioni. Kamsin Il successivo Governo Berlusconi ha subito abbandonato questo strumento. Migliore sorte non e’ toccata con gli altri Governi”. Lo dichiara in una nota il Presidente della Commissione Lavoro alla Camera Cesare Damiano. “Adesso – prosegue – noi pensiamo che sarebbe il caso di ripristinarlo per decidere quale sia il meccanismo migliore per restituire gli aumenti della mancata indicizzazione alle pensioni superiori a tre volte il minimo. Le scelte unilaterali senza un confronto preventivo con le parti sociali, quale che sia il Governo in carica, portano piu’ facilmente a compiere degli errori, come si e’ visto”.
“Tra le altre cose – spiega Damiano – va considerato che il sistema previdenziale ha bisogno di correzioni, come l’introduzione di un criterio di flessibilita’ nell’uscita dal lavoro a partire dai 62 anni, che richiedono l’investimento di risorse. Per questo un tavolo di confronto servirebbe per ricostruire un quadro generale di interventi sulla previdenza e per calibrare la distribuzione delle risorse tra le varie correzioni da apportare. Altrimenti c’e’ il rischio di chiudere una falla e di aprirne altre procedendo per aggiustamenti parziali e contraddittori. Sappiamo che il Premier Renzi non ama la concertazione, ma in questo caso il ripristino di una logica di dialogo sociale sarebbe salutare per il Governo e per il Paese.”
Il Governo avvia il confronto su come restituire i denari sottratti con il blocco della rivalutazione. Oggi intanto a Palazzo Chigi ci sarà il primo confronto con il Tesoro e l’Inps su come affrontare il tema della mancata rivalutazione nel 2012 e 2013 delle pensioni. Il ripristino della rivalutazione su tutte le pensioni toccate dalla manovra Monti, quelle che superano il triplo del minimo, costerebbe 1,8 miliardi di euro nel 2012 e 3 miliardi dal 2013 in poi, secondo i calcoli dell’Avvocatura. Il governo starebbe pensando di non rimborsare tutti, ma solo i pensionati con gli assegni più bassi, limitando così il costo dell’operazione.
La mancata rivalutazione per il 2012-13 potrebbe rimanere ad esempio sulle pensioni superiori a sei volte il minimo (cioè circa 3mila euro lordi al mese) ed essere articolata progressivamente in funzione del reddito, come ha previsto per il 2014, la legge 147/2013. Uno dei motivi della bocciatura del decreto Monti, del resto, è l’iniquità data dall’assenza di progressività. Le somme che il governo deciderà di restituire per il 2012-13 non dovranno essere coperto con misure compensative. Più complessa la faccenda per i conti del 2014, mentre è più semplice per il 2015, visto che la rivalutazione delle pensioni, senza inflazione l’anno scorso, non c’è stata. «Parliamo di 3 miliardi l’anno, al massimo, e quindi non c’è da drammatizzare» dice Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera.
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