Redazione

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Sulla scia delle dichiarazioni di ieri del Presidente dell'Inps Tito Boeri il Ministro del Lavoro ha confermato il tagliando alla legge Fornero.

Kamsin Il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti è intervenuto stamattina su RTL 102.5 durante “Non stop News”. Con la riforma i nostri giovani con il pezzo di carta dell’assunzione potranno andare in banca e qualcuno gli darà un mutuo, o rimaniamo in questo nulla ancora per molto tempo?

Io penso di sì, anche perché un contratto a tempo indeterminato non ha scadenza e quindi nessuno, neanche la banca, è in grado di fare valutazioni se durerà 8,10, 15 o 20 anni. Se qualcuno pensa al lavoro “eterno”, in questo caso non c’è nessuna legge in grado di risolverlo perché purtroppo sulla pelle di tanti italiani si è scoperto che negli ultimi 6 anni sono stati persi 800.000 posti di lavoro, e molti di questi avevano contratti a tempo indeterminato. Poi nei fatti si è dimostrato che se un’azienda chiude o va in crisi o non ci sono opportunità di lavoro, quell’esperienza si chiude indipendentemente dal contratto. Credo, comunque, che il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti sia sicuramente un passo in avanti rilevante per quel che riguarda le possibilità di questi giovani di contrarre un mutuo e avere una prospettiva futura. Anche perché le imprese che assumono queste persone a quelle condizioni, con le norme che abbiamo introdotto in questo momento, ad esempio il divieto di stipulare nuovi contratti di collaborazione a progetto, se licenziano quella persona poi ne prendono un’altra che costa di più. Quindi sinceramente perché debbano licenziare una persona che ha lavorato lì 4 o 5 anni, che sa fare il mestiere, per assumerne una che costa di più mi pare un controsenso logico e gli imprenditori i conti sanno farli.

Tanti ci han chiesto della mitica quota 96, somma tra età anagrafica ed età contributiva. Potrà essere modificata? Qualche idea? In questo momento siamo ancora molto in anticipo perché stiamo facendo  tutte le valutazioni e le simulazioni del caso, perché sappiamo di avere un grande debito pubblico quindi nel momento in cui andiamo a toccare la spesa pubblica dobbiamo farlo sapendo con molta chiarezza cosa succede, quindi voglio evitare di illudere o far pensare cose che oggi non siamo in grado di dire. La prima cosa chiara è che abbiamo un problema sociale evidente, figlio della Legge Fornero, che ci porta al fatto che le persone hanno visto alzata significativamente l’età del pensionamento. Abbiamo attraversato una grossa crisi che ha portato molte persone a perdere, o poter perdere, il lavoro e abbiamo una fascia di persone che hanno perso il lavoro o lo possono perdere, con gli ammortizzatori sociali che ci sono oggi non arrivano a maturare il diritto alla pensione, ma sono molto avanti nell’età, per quelle persone dobbiamo trovare una soluzione. O trovando un ponte per collegare la pensione, o costruendo un ammortizzatore speciale specifico, altrimenti questi restano senza stipendio, senza ammortizzatori sociali e senza pensione, e noi non possiamo produrre disperazione. Poi c’è un altro tema che riguarda la flessibilità in uscita, cioè la possibilità di lasciar libero un cittadino, di valutare entro una certa fascia, la possibilità di andare in pensione prima. Naturalmente in tal caso avrà una penalità, altrimenti questo costo finisce a carico degli altri cittadini e non sarebbe una cosa buona. Io penso che per la legge di stabilità di quest’anno arriveremo a definire queste  questioni e risolvere questi problemi.

Quindi si intuisce dalle sue parole che la Legge Fornero possa essere superata. Direi di sì, ne abbiamo bisogno, e rappresenta anche un elemento che può promuovere ricambio dentro le imprese. Abbiamo bisogno di far entrare giovani nei posti di lavoro, nelle aziende, negli enti e anche di dare una tutela a quelli molto vicini alla pensione. Una soluzione su questo fronte dobbiamo trovarla.

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Zedde

Nei cassetti del Ministero del Lavoro giace la proposta formulata dall'ex-ministro del Lavoro Enrico Giovannini basata sul prestito pensionistico.

Kamsin L'ex ministro del Lavoro Enrico Giovannini ricorda oggi in una intervista raccolta dal quotidiano La Stampa il piano elaborato dall'esecutivo Letta per salvare coloro a cui mancano 2-3 anni al compimento dell'età pensionabile e che hanno perso il lavoro.

Professore, lei lanciò una proposta per risolvere il nodo della flessibilità pensionistica. Ce la ricorda? «È un tema su cui in tanti si sono esercitati, ma sempre scontrandosi con il problema dei costi della flessibilità. Se la penalizzazione per chi va via prima è bassa, per lo Stato l'onere può essere di molti miliardi l'anno. E anche se magari nel lungo periodo si torna all'equilibrio, nella prima fase c'è un forte esborso che crea un buco di bilancio».

Eppure il problema flessibilità c'è, e va risolto... «Indubbio: un lavoratore a 64 anni non può certo salire su un ponteggio. E anche le imprese hanno necessità di accelerare il ricambio di personale, immettendo giovani che peraltro costano di meno...»

E non sono tutelati dall'art.18... «Certamente. Per questo a suo tempo lavorammo sull'idea del "prestito pensionistico". Una soluzione mirata sui lavoratori molto vicini all'uscita: possono cessare di lavorare, ricevendo non una pensione anticipata, ma un anticipo di 7-800 euro al mese per un periodo di due o tre anni sulla futura pensione cui avranno diritto. Che rimborseranno attuarialmente dopo, a rate, prima di tornare a percepire l'assegno integrale».

Parliamo di lavoratori con pensioni medio-basse. faranno fatica a rimborsare il "prestito"...
«Non necessariamente, ma si può anche immaginare che l'azienda in cui sono occupati voglia contribuire, accollandosi parte del rimborso. Oppure può contribuire anche lo Stato».

E' una platea ampia? «No, e anche questo è un punto chiave per rendere sostenibile l'operazione. Le stime fatte a suo tempo ipotizzavano 20 30mila persone all'anno potenzialmente interessate. Oppure, bisogna trovare soluzioni più coraggiose, anche queste studiate dal governo Letta...»

Ovvero? «Il progetto che avevamo elaborato era quello del "reddito minimo", che avevamo chiamato "sostegno all'inclusione attiva". Avrebbe riguardato tutte le persone sotto la soglia di povertà, che perso il posto di lavoro avrebbero comunque goduto di una protezione sociale condizionata a comportamenti "virtuosi" da parte del beneficiario. Efficace ed universale, come c'è in quasi tutti i paesi europei».

Sarebbe costata molto... «Guardi, con 7 miliardi di euro l'anno avremmo azzerato la povertà in Italia. Migliorando in modo notevole la situazione del 7,9% delle famiglie italiane. Parliamo di sei milioni di persone in gravissima difficoltà. Se ci fossimo limitati a portare al 50% della soglia di povertà (circa 1000 euro per due persone) chi sta sotto di essa, il costo sarebbe stato di 1,5 miliardi. Però ci dissero che era troppo». 

seguifb

Zedde

Siamo pronti al confronto su questo tema con il governo e con il presidente dell’Inps. L’idea di  consentire un’uscita anticipata e flessibile con un assegno  pensionistico più leggero non è una novità. C’è una proposta di legge  di cui sono primo firmatario che lo prevede. Kamsin Il problema è trovare le  risorse”. Così Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro  della Camera ed esponente del Pd, commenta l’intervista  di oggi al ‘Corriere della Sera’ del presidente dell’Inps, Tito Boeri.

Damiano ricorda che nella proposta di legge sui pensionamenti flessibili “si parte da 62 anni di  età con 35 anni di contributi e si ‘lascia per strada’ l’8%, e cioè il tetto massimo, di assegno pensionistico”. “Mano a mano che sale l’età  – spiega – diminuisce, di due punti all’anno, la perdita percentuale  dell’assegno fino ad arrivare ai 66 anni quando c’è ‘invarianza’”. Damiano anticipa che c'è anche il progetto quota 100 "da me stesso promosso".  “In secondo luogo -continua Damiano- se ci si riferisce al calcolo  contributivo anche qui nessuna novità. E’ stato infatti istituito da  Maroni quando era ministro del Lavoro per tutte le donne che possono  andare in pensione con 57 anni di età e 35 anni di contribuiti, a  patto appunto che siano tutti calcolati con il sistema contributivo.

Damiamo è fiducioso sulla possibilità di  portare a termine la riforma. “Lo dice il presidente dell’Inps, lo  dice il ministro del Lavoro, e lo diciamo noi da tanto tempo: il  problema -sottolinea- è trovare le risorse. Dobbiamo però smetterla di fare su questo tema solo calcoli ragionieristici, inserendo invece  delle ‘clausole sociali’, e allora nel lungo periodo ci guadagneremo  sia dal punto di vista dell’equità che della sostenibilità dei conti”.

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Il ministro del Lavoro Poletti ha spiegato che si comincerà a parlarne prima dell'estate. E che la flessibilità in uscita a fronte di un assegno più basso "è una delle opzioni".

Kamsin Nella prossima legge di stabilità ci sarà spazio per un intervento sulle pensioni. L'obiettivo è rendere l'uscita più flessibile, partendo da situazioni più specifiche e delicate, e, dunque, in un quadro di tenuta dei conti pubblici. E' quanto ha affermato oggi il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta all'Inail.

Il titolare di Via Veneto ha aggiunto che è necessario avviare prima una riflessione e "parlare con misura senza alimentare aspettative". Secondo il ministro i tempi però sono oggi piu' maturi rispetto al passato: "l'Europa riconosce gli sforzi fatti dall'Italia in questi ultimi anni. E' la stessa approvazione del Jobs Act a rendere necessario un intervento di manutenzione sulla legge Fornero per smussare le eccessive rigidità" ha detto Poletti.

Bisogna guardare a un panorama molto diversificato e verificare i problemi cui dare una risposta". Il responsabile del Lavoro ha spiegato che c'è "un problema generale" legato a una "possibile flessibilità in uscita. E' una delle opzioni. Ma ci sono anche specifiche condizioni che si riferiscono a chi perde il lavoro e non arriva a maturare i requisiti pensionistici". Secondo Poletti, per questi ultimi, "o si adotta un ammortizzatore specifico o si individua una modalità ponte per andare in pensione". In ogni caso, bisogna "partire dalle situazioni socialmente più delicate", ha rimarcato.

Poletti ha poi affermato che convocherà i sindacati, che hanno chiesto un incontro al ministro, dopo aver fatto un momento di "verifica e riflessione" anche con l'inps e il nuovo presidente Tito Boeri. "Li vedrò - ha detto - ma non c'è ancora una data. Dobbiamo fare un minimo di verifica e avere un pò di tempo per una visione condivisa. Naturalmente ascolteremo i sindacati che hanno delle proposte da avanzare". Il ministro ha aggiunto che "il tema delle pensioni è particolarmente delicato e sensibile". Pertanto, la sede naturale per ipotizzare delle modifiche alla legge Fornero non può che essere la manovra finanziaria che "definisce la tenuta" dei conti pubblici del paese. "Per decidere - ha concluso - dobbiamo però prima lavorarci, studiare. Dobbiamo fare un lavoro preliminare di studio e poi arrivare alle decisioni".

Proprio oggi anche il presidente dell'Inps, Tito Boeri, ha rilanciato il tema indicando che con il ricalcolo contributivo dell'assegno si potrebbero anticipare le uscite.

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Zedde

Il Neo presidente dell'Inps indica la strada percorribile per una riforma dell'età pensionabile. Assegni piu' magri, calcolati con il sistema contributivo, in cambio di un anticipo dell'età per l'ingresso alla pensione.

Kamsin Tito Boeri in una intervista rilasciata oggi al Corriere della Sera passa in rassegna i principali temi della sua presidenza. Ci sarà spazio a maggiore trasparenza a partire dalla cd. busta arancione, una riduzione delle sedi dirigenziali dell'inps, la riforma della governance e un piano contro la povertà, vero dramma del paese con la scissione della previdenza dall'assistenza. Boeri sostiene anche il ricalcolo contributivo dell'assegno per ottenere la pensione prima ma servirà il via libera dell'Europa. 

Quali sono le sue priorità?
«Partirei dalla trasparenza. L’Inps soffre di una immagine esterna non buona, che non valorizza le sue qualità. La gente ci percepisce come coloro che decidono, invece noi applichiamo le leggi. Le faccio un esempio: c’è stato giustamente lo scandalo sui piloti in cassa integrazione per sette anni. Ma non dipende dall’Inps bensì dalle norme che regolano il funzionamento del Fondo speciale trasporto aereo che noi renderemo pubbliche, assieme ai dati sulle prestazioni fornite da questo fondo, perché è giusto che i cittadini sappiano che, tra l’altro, il fondo è alimentato con un contributo di 3 euro che noi tutti paghiamo ogni volta che prendiamo l’aereo».

L’immagine dell’Inps soffre anche delle varie disfunzioni nei servizi lamentate dagli utenti.
«La qualità dei servizi si può migliorare con una forma organizzativa più efficiente. Ma lo faremo anche facendo partire finalmente l’operazione “busta arancione”. Una definizione in realtà superata perché la lettera col conto contributivo e la stima della pensione la manderemo solo ai lavoratori senza una connessione Internet. Per gli altri, ci sarà un “pin” col quale accedere attraverso il sito Inps al proprio conto e simulare la pensione futura, secondo diversi scenari di carriera e di crescita dell’economia».

Potranno farlo tutti? E in che tempi?
«Nel 2015 daremo questa possibilità a tutti i lavoratori dipendenti privati. Per quelli pubblici ci vuole più tempo perché è più difficile ricostruire i versamenti. Nel 2016 dovrebbe essere possibile anche per i parasubordinati».

Quelli che finora hanno bloccato l’operazione, perché come disse l’ex presidente Antonio Mastrapasqua, se diciamo ai lavoratori precari quanto prenderanno di pensione, rischiamo un sommovimento sociale.
«Sbagliato. Noi non ci faremo fermare da condizionamenti di natura politica. È necessario che i lavoratori siano consapevoli della loro situazione contributiva e di quali saranno presumibilmente le loro pensioni così da poter pianificare il futuro. Le banche dati sono un bene pubblico».

Che significa che ci sarà una ristrutturazione interna?
«Che, per esempio, interverremo sulle direzioni centrali, che sono troppe, una cinquantina. Così la situazione è difficilmente gestibile. Valorizzeremo chi merita, senza guardare alla tessera sindacale».

Il governo ha annunciato a breve la riforma della «governance». La sua proposta?
«Insieme con il presidente dell’Inail, perché la riforma riguarda entrambi gli enti, abbiamo presentato al governo uno schema che prevede la fine del sistema duale, che in qualche modo ha contrapposto finora il presidente al direttore generale. Proponiamo un consiglio di amministrazione di tre membri, compreso il presidente, e un direttore generale scelto dallo stesso cda anziché dal governo. Inoltre va rivisto il Civ, Consiglio di indirizzo e vigilanza. Che deve essere snello, composto da membri delle organizzazioni imprenditoriali e sindacali effettivamente rappresentative, e ricondotto a un ruolo di controllo, evitando funzioni di cogestione».

Il bilancio 2015 dell’Inps prevede un deficit di 6,7 miliardi, dovuto ancora all’eredità della gestione Inpdap (dipendenti pubblici). Dobbiamo preoccuparci?
«No. È chiaro che se in passato lo Stato non pagava i contributi dei suoi dipendenti perché si trattava di una partita di giro, questo ancora pesa sul bilancio, ma lo squilibrio verrà gradualmente riassorbito. Il tema vero è quello delle spese assistenziali che devono per forza di cose ricadere sulla fiscalità generale e sulle quali va fatta una riflessione, anche per affrontare l’aumento della povertà che, in questi anni di crisi, ha colpito di più le fasce d’età prima del pensionamento».

Cioè anche chi resta senza lavoro in età anziana ma è ancora lontano dalla pensione. Non a caso c’è un ampio consenso, dal ministro Giuliano Poletti al presidente della commissione Lavoro al Senato, Maurizio Sacconi, passando per i sindacati, sulla necessità di reintrodurre elementi di flessibilità sull’età pensionabile.
«Questo problema, come dicevo, si può affrontare soprattutto dal lato degli ammortizzatori sociali. Finora il tema degli esodati è stato affrontato con sei decreti di salvaguardia (che prevedono una spesa di 12 miliardi, ndr) che spesso però aiutano anche chi ha redditi elevati mentre ci sono tante altre situazioni non protette. Bisognerebbe insomma spendere meglio le risorse pubbliche, prevedendo per esempio un reddito minimo per contrastare le situazioni di povertà, finanziato dalla fiscalità generale. Poi, dal lato della previdenza, è chiaro che, usando il calcolo contributivo, si potrebbero introdurre forme di flessibilità».

Cioè consentire l’uscita anticipata dal lavoro, ma con pensioni proporzionalmente più leggere?
«Sì. Ma prima bisogna convincere la Commissione europea, perché purtroppo i conti pubblici vengono considerati nella loro dimensione annuale anziché sul medio-lungo periodo. Per l’Ue se si consentono i pensionamenti anticipati risalta solo l’aumento immediato della spesa ma non il fatto che poi si risparmierà perché l’importo della pensione sarà più basso. Bisogna battersi in Europa per arrivare a una valutazione intertemporale del bilancio».

Lei da economista ha sostenuto l’opportunità e la praticabilità di un ricalcolo con il contributivo delle pensioni in pagamento e un contributo sugli assegni più elevati per ricavare circa 4 miliardi che potrebbero andare alle pensioni più basse. È sempre di quest’idea?
«Ci lavoreremo. Faremo anche qui un’operazione trasparenza: uno studio per categorie mettendo a confronto l’importo delle pensioni in pagamento con quello che si ottiene dal ricalcolo col metodo contributivo. Sulla base di questi dati potremo formulare proposte d’intervento. Si tratta di quel ruolo propositivo dell’Inps di cui parlavo all’inizio e che rivendico. L’Istituto, grazie alle sue competenze e al ricco patrimonio di dati di cui dispone, può essere un consulente di qualità del governo, un po’ come Banca d’Italia».

Quando sarà pronto questo studio? Prima della prossima legge di Stabilità?
«Sì, mi piacerebbe riuscirci entro l’estate».

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