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Il salario minimo arriverà anche in Italia, i cui dettagli saranno definiti in uno dei prossimi decreti attuativi del Jobs Act. Il Fismic, il sindacato dei lavoratori autonomi, appoggia la misura. 

Kamsin La teoria neoclassica dell'occupazione sostiene che il livello di occupazione dipenda dall'equilibrio tra domanda e offerta in base al suo «prezzo»: il salario. La teoria sostiene quindi che esiste un salario di equilibrio al quale si può realizzare la piena occupazione. Ovviamente la visione di un paese con piena occupazione è del tutto utopica, ma di certo non si può non tener conto dell'importanza che possiede il «salario» come fattore determinante del mercato del lavoro.

Tra tutti i paesi maggiormente industrializzati, l'Italia (e fino a all'estate scorsa la Germania) è uno dei pochi paesi a non aver adottato la misura di un salario minimo ossia la più bassa paga oraria, giornaliera o mensile che i datori di lavoro devono per legge corrispondere a impiegati ed operai e al di sotto della quale non possono assumere. Come accennato in precedenza, in Italia esistono pensioni minime ma un livello di salari minimi non è previsto da leggi nazionali, ma bensì dalla contrattazione tra le parti sociali ossia tra sindacati ed imprese, escludendo così molti dei lavoratori con contratti atipici; e inoltre nella prassi giuridica la magistratura italiana ha preso sovente riferimento la pensione sociale minima erogata dall'Inps come soglia minima vitale. Con l'introduzione della nuova legge di Stabilità 2015 anche questo scenario sarà completamente modificato con incidenze, si spera, positive per il mercato del lavoro e i tassi di occupazione.

Il salario minimo arriverà anche in Italia. Al momento bisogna solo stabilire la cifra esatta, che al momento oscilla tra i 6,5-7 euro l'ora e si applicherà proprio nei settori che non sono già regolati da un accordo nazionale. La Fismic sostiene anche questa svolta decisiva portata avanti nel Jobs Act, nonostante le proteste di abrogazione diventate ormai uno standard di contestazione da parte di taluni sindacati verso riforme che puntano alla crescita del Paese.

L'Italia è tra i pochissimi a non avere ancora il salario minimo ma questo cambiamento potrebbe apportare finalmente una svolta positiva per tutte quelle persone che, essendo escluse dal contratto collettivo, non godono di molte agevolazioni che invece ogni lavoratore indipendentemente dalla tipologia di contratto ha diritto a ricevere. In Italia le retribuzioni sono frutto di contrattazione
tra le parti sociali, tra dipendente e datore di lavoro ed è per questo che i sindacati hanno un ruolo importante e determinante.

L'introduzione di una soglia minima di salario regolamentata dallo Stato è stata presa dalla Fiom come un ulteriore modo di sminuire la voce del sindacato, e rischia quindi di divenire un ulteriore punto di scontro. Quello che forse la Fiom non riesce a concepire è che è improponibile che proprio un sindacato, che difende i diritti di tutti i lavoratori possa andare contro ad un decreto che garantisce a ogni singolo lavoratore, indipendentemente dal contratto sottoscritto, il diritto a un minimo salariale fine a garantire uno standard di vita adeguato. Il governo probabilmente interverrà solo nei settori che non sono già regolamentati da un contratto nazionale.

Gli stage e i contratti a progetto non fanno riferimento ad alcun contratto nazionale di lavoro e a un livello di inquadramento con il relativo salario base: i rapporti di lavoro regolati da queste tipologie contrattuali non prevedono alcun salario minimo. Niente a che vedere con il reddito minimo garantito che invece, è una somma che viene garantita per vivere. Ci sarebbe bisogno di andare al di là degli scontri di posizione 'e considerare che il salario minimo sarebbe un aiuto sostanziale per tutti quei cittadini che lavorano ma che purtroppo cadono nella categoria dei «lavoratori poveri», che nonostante il lavoro hanno enormi difficoltà ad affrontare spese giornaliere e/o arrivare a fine mese.

Si stimolerebbe così l'aumento dei posti di lavoro indotto dalla spinta ai consumi e della domanda interna tramite retribuzioni più alte e concentrate nel segmento di reddito meno abbiente. Il salario minimo, oltre a garantire il diritto ad una paga oraria dignitosa per ogni lavoratore, diminuendo quindi lo sfruttamento, costituisce un incentivo al consumo per le fasce di popolazione più povere, migliorando in questo modo l'economia. Come anticipato dal Corriere della Sera, da Palazzo Chigi assicurano che nel giro di qualche settimana arriverà sul tavolo del consiglio dei ministri il decreto che riscrive le regole sulla retribuzione minima. Si auspica che questa sia un'ulteriore manovra che agevola i lavoratori e che manifesti lo sforzo concreto da parte del governo a migliorare il mercato del lavoro e l'economia del nostro Paese.

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A cura di Sara Rinaudo - Sindacato Autonomi Fismic

"Per la riforma delle pensioni bisogna fare tre cose molte precise: abbassare l'età pensionabile, ripristinare le pensioni di anzianità a partire dai lavori più pesanti e non rimanere solo col contributivo"

Kamsin  La Fiom si prepara alla manifestazione nazionale di sabato pomeriggio a Roma, con lo slogan 'Unions', le cui "ragioni, proposte e richieste sono molto precise", a partire dal fatto che "noi vogliamo continuare la battaglia, la lotta contro il Jobs Act". Kamsin Così il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, ha presentato l'iniziativa, spiegando che "la piattaforma sindacale" comprende anche la riforma delle pensioni, la lotta alla corruzione e all'evasione fiscale e la richiesta del reddito minimo.

Chiare le richieste del sindacato. «Per la riforma delle pensioni bisogna fare tre cose molte precise: abbassare l'età pensionabile, ripristinare le pensioni di anzianità a partire dai lavori più pesanti e non rimanere solo col contributivo, perché i giovani così non hanno più la pensione - ha detto il segretario Fiom, Maurizio Landini - Abbassare l'età pensionabile vuol dire creare posti di lavoro e dare spazio ai giovani che sono oggi disoccupati». Abbiamo chiesto a Boeri di avviare anche con lui un confronto, sia sulla governance degli istituti previdenziali, sia sui temi della previdenza». 

"Io ci sarò, non c'è dubbio, non abbiamo ancora ragionato sul comizio", su chi parlerà dal palco. Così il segretario generale della Cgil Susanna Camusso conferma la sua presenza, annunciata da Maurizio Landini, alla manifestazione della Fiom di sabato prossimo.

"Non c'è mai stato un dissenso" con il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. Così ha risposto il leader della Fiom ospite di un videoforum di Repubblica.it sulla coalizione sociale e sulla manifestazione di sabato, per la quale "abbiamo mantenuto la piattaforma. Una manifestazione sindacale, aperta come sempre. Sarà una grande manifestazione dei metalmeccanici e non solo", ha aggiunto riferendosi ai lavoratori, e alle diverse categorie, che saranno in piazza. "Vogliamo costruire l'unità del mondo del lavoro e del mondo sociale. La nostra manifestazione non è rivolta a questa o quella forza politica, la piazza è aperta a chi condivide le nostre proposte", ha detto ancora Landini.

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L'Inps ha aggiornato il report delle procedure di monitoraggio dei lavoratori cd. salvaguardati. Restano insufficienti i posti dedicati ai lavoratori che hanno assistito disabili nel corso del 2011.

Kamsin Quasi 11.000 pensioni certificate e poco più di 800 prestazioni liquidate nell'ambito della sesta salvaguardia. È quanto emerge dal report diffuso dall'Inps relativo alle operazioni di salvaguardia aggiornato al 20 marzo.

Questa la suddivisione delle certificazioni in base ai diversi profili di tutela individuati dalla legge 147/2014. Per quanto riguarda i lavoratori in mobilità ordinaria l'Inps ha emesso 1.119 certificazioni a fronte di una platea di 5.500 posti disponibili; ammontano invece a 3.773 le certificazioni per i lavoratori autorizzati ai volontari (sia con contributo versato entro il 6 dicembre 2011 sia senza) su una platea prevista di 12.000 posti; sono 1.836 le certificazioni relative a coloro che sono cessati con accordi con il datore di lavoro entro il dicembre 2012, la platea disponibile è 8.800 posti.

Continua invece a registrarsi un deficit di posti disponibili per i lavoratori che hanno fruito dei permessi e dei congedi per assistere disabili nel corso del 2011. A fronte di una capienza di 1.800 posti le certificazioni rilasciate sono infatti più del doppio, ben 3.701. A questo punto appare evenidente la necessità di un intervento ad hoc per estendere la capienza del contingente utilizzando le posizioni avanzate negli altri profili di tutela. In questo profilo, del resto, si era già avuto modo di evidenziare l'insufficienza dei posti previsti per legge già nel corso della quarta salvaguardia (legge 124 2013). In tale occasione, infatti, il legislatore aveva fatto male i calcoli fissando in 2.500 ma l'Inps certificò in quasi 5mila i potenziali aventi diritto. 

Crescono anche le prestazioni liquidate nelle altre 5 salvaguardie. Complessivamente l'Inps ha certificato il diritto in favore di circa 110mila lavoratori mentre sono 70mila le pensioni già poste in pagamento. Queste norme, lo si ricorda, consentono a lavoratori che hanno perso il lavoro entro il 2011 di mantenere l'ultrattività delle regole pensionistiche ante-fornero e quindi di accedere alla pensione prima rispetto a quanto stabilito dalla Riforma del 2011.

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Il blocco dell'indicizzazione degli assegni nel biennio 2012-2013 ha già fatto lasciare sul terreno oltre 150 euro al mese sugli assegni superiori a 3mila euro lordi.

Kamsin Com'è noto gli assegni previdenziali vengono di anno un anno rivalutati in base all'andamento dell'inflazione. In gergo questo meccanimso di chiama "perequazione", una misura "compensativa" che consente agli assegni pensionistici di recuperare il potere d'acquisto eroso dall'aumento annuale dell'inflazione. Si tratta dunque di una garanzia che il reddito del pensionato rimanga costante nel tempo.

In questi ultimi anni, però, le modalità di erogazione della rivalutazione sono state piu' volte riviste sino a generare molta confusione sul punto. Con la Riforma Fornero è stato infatti disposto il blocco dell'indicizzazione nei confronti delle pensioni che erano di importo superiore a tre volte il trattamento minimo Inps (pari a 1.443 euro per il 2012; 1486,26 euro per il 2013). Le pensioni di importo inferiore sono state invece adeguate pienamente all'inflazione (+ 2,7% nel 2012 e + 3% nel 2013).

Si ricorda che prima del Dl 201/2011 la perequazione era suddivisa in tre fasce all'interno del trattamento pensionistico complessivo e l'adeguamento veniva concesso in misura piena per le pensioni fino a tre volte il trattamento minimo; scendeva al 90% per le fasce di importo comprese tra tre e cinque volte il trattamento minimo; e ancora calava al 75% per i trattamenti superiori a cinque volte il minimo.

La legge 147/2013 ha parzialmente rimosso questa misura particolarmente penalizzante. Nello specifico la legge citata ha previsto un sistema di rivalutazione suddiviso in cinque scaglioni. Per le pensioni di importo fino a tre volte il trattamento minimo l'adeguamento avviene in misura piena (100%); per le pensioni di importo superiore e sino a quattro volte il trattamento minimo viene riconosciuto il 95% dell'adeguamento; per quelle di importo superiore e sino a cinque volte il minimo l'adeguamento è pari al 75%; per i trattamenti pensionistici complessivamente superiori a cinque volte il minimo l'adeguamento è del 50%; per i trattamenti superiori a 6 volte il minimo l'adeguamento è pari al 45% (per il 2014 l’aumento è stato del 40% ma calcolato soltanto sulla quota di pensione entro il limite di sei volte il trattamento minimo: in pratica gli assegni sono cresciuti di un valore fisso pari a 13,08 euro).

Con la legge 147/2013, va in soffitta però, almeno sino al 2016, il sistema di rivalutazione differenziata per fasce d’importo all’interno della stessa pensione. Le nuove regole prevedono che l’aliquota di aumento, spettante ad ogni pensione a seconda del gruppo in cui si colloca, venga applicata all’intero importo della pensione. Questa misura aggrava ulteriormente l’effetto limitativo delle nuove disposizioni. Per fare un esempio, con il meccanismo precedente una pensione di 2.000 euro lordi sarebbe stata rivalutata al 100% per i primi 1.486,29 euro e al 90% per la parte rimanente, che equivale all’applicazione di un’aliquota media pari al 97,42% del normale, mentre oggi l’aliquota da applicare al gruppo d’importo in questione è ridotta al 75%. Ciò comporta un ulteriore aggravio rispetto a quanto prevedeva la vecchia normativa.

Per una visione d'insieme degli effetti sugli assegni pensionistici prodotti dalle Riforme degli ultimi anni si rimanda alla seguente tabella in cui vengono comparati gli effetti della normativa ante fornero e quella attualmente vigente con la legge 147/2013.

Come si vede gli assegni superiori a 3 volte il minimo hanno lasciato sul terreno circa 100 euro al mese di mancata rivalutazione, cifra che mano mano aumenta al crescere dell'importo della pensione sino a toccare quasi i 200 euro per gli assegni superiori a 6 volte il trattamento minimo inps. La maggior parte del mancato guadagno dipende dal blocco della rivalutazione nel biennio 2012-2013 dato che gli effetti negativi della misura si ripercuotono inevitabilmente sugli anni a venire.

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A cura di Giorgio Gori, Patronato Inas

Boeri avvia lo studio di un'operazione per garantire un reddito minimo a chi ha perso il lavoro tra i 55 e i 65 anni. A giugno la proposta dell'Istituto di Previdenza. 

Kamsin Garantire una sorta di «reddito minimo» per quanti perdono il lavoro nella fascia ricompresa tra i 55 e i 65 anni. È questa la flessibilità sostenibile a cui pensa il presidente dell'Inps Tito Boeri che ha in cantiere una riforma previdenziale col doppio obiettivo di aiutare i lavoratori in difficoltà causa crisi, e rendere più flessibile l'accesso alla pensione.

Sul primo fronte Boeri vorrebbe introdurre un ammortizzatore sociale che tuteli chi è rimasto senza lavoro a partire dai 55 anni e che abbia un reddito basso, ancorato a specifiche soglie Isee (similmente a quanto avviene con l'Asdi, il nuovo ammortizzatore sociale introdotto dal Jobs Act). Questo "reddito minimo" potrebbe essere finanziato con un prelievo sulle pensioni più alte, ottenute in passato con criteri più vantaggiosi del calcolo retributivo o misto. Un contributo di solidarietà da cui, sostiene Boeri, si potrebbero racimolare 1,5 miliardi. Sul taglio degli assegni Boeri ricorda del resto che "al di sopra di un certo importo è necessario intervenire, anche se non è mai bello". La proposta del neo presidente dell'Inps, che sarà messa nero su bianco entro giugno, vorrebbe quindi tosare gli assegni dei pensionati piu' "ricchi" a dispetto dei contributi effettivamente versati.

Altro capitolo è la flessibilità in uscita, su cui sta lavorando la Commissione Lavoro della Camera. L'opzione più gettonata è consentire l'accesso anticipato alla pensione di 4 anni rispetto alla soglia standard (66 anni e 7 mesi nel 2016) ma rinunciando a parte dell'assegno: il ddl Damiano prevede un abbattimento del 2% l'anno fino a un massimo dell'8%. Ma al governo potrebbe non bastare, anche perché deve negoziare con Bruxelles. Specifiche misure, poi, dovrebbero rivedere l'età pensionabile delle lavoratrici che, in assenza di correttivi, schizzerà dagli attuali 63 anni e 9 mesi a 65 anni e 7 mesi dal 2016 e a 66 anni anni e 7 mesi dal 2018. Un incremento troppo ripido sul quale crescono le pressioni per una revisione. 

Secondo Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera, l'ipotesi tuttavia di "tosare" gli assegni in essere liquidati con il retributivo «può essere pericolosa». Per Damiano sarebbe preferibile «affrontare per prima cosa i privilegi di chi ha goduto di contribuzioni più basse e regole più generose di anticipo pensionistico». Come i dirigenti, andati in quiescenza con l'80% della retribuzione e soli 30 anni di contributi. «Partiamo da qui, se non vogliamo colpire i soliti noti che hanno dato già più del dovuto», sostiene Damiano.

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