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Una risoluzione Pd punta a elevare tutte le soglie di ricavi o compensi per l'accesso al nuovo forfettario al di sotto dei 30mila euro.

Kamsin Alcuni deputati Pd presenteranno oggi una risoluzione in Commissione Finanze alla Camera ed un emendamento al decreto legge milleproroghe per modificare il regime forfettario delineato dalla legge di stabilità e finito al centro di critiche per l'inasprimento del prelievo fiscale rispetto ai minimi con imposta sostitutiva al 5 per cento.

L'obiettivo è elevare tutte le soglie di ricavi o compensi per l'accesso al nuovo regime forfettario al di sotto dei 30mila euro e dare una boccata d'ossigeno a professionisti, agenti di commercio, partite iva del settore immobili e costruzioni e dei commercianti ambulanti che altrimenti rischierebbero, con le attuali soglie (tra i 15 e i 20mila euro) di uscire rapidamente dal regime agevolato e perdere le semplificazioni, a partire dall'anno d'imposta successivo.

In cantiere c'è anche un emendamento al decreto legge milleproghe, sostenuto dal Presidente della Commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, che intende ridurre la percentuale di contribuzione per professionisti senza cassa e freelance iscritti alla gestione separata Inps che da quest'anno è salita dal 27,72 al 30,72% (compresa la quota maternità).  Anche la deputata di Area popolare (NcdUdc) Barbara Saltamartini aveva preannunciato martedì un intervento per fermare l'aumento dell'aliquota sui contributi Inps di autonomi e professionisti.

Duro il giudizio delle associazioni di freelance e partite Iva sull'operato del Governo. Secondo Anna Soru, presidente di Acta: «Finora Renzi ha fatto solo delle promesse e intanto sono entrati in vigore sia i nuovi minimi sia l'aumento  della contribuzione alla gestione separata dell'Inps. Se sommiamo le due voci siamo già oltre il 50% di tassazione a fronte di un sistema di welfare inesistente». In un eventuale provvedimento indirizzato a favorire l'attività e lo sviluppo dei freelance Sorti pensa che si debba intervenire anche sulle detrazioni per le spese professionali. «Le spese di trasferta, solo per fare un esempio, sono plafonate al 2%».

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La Consulta ha invece deciso, in senso negativo, sulla richiesta referendaria di alcune Regioni che avrebbero voluto abrogare la norma che ha avviato la chiusura di una serie di tribunali e uffici giudiziari.

Kamsin Si dovrà attendere ancora qualche giorno per sapere se la riforma delle pensioni del 2011 potrà essere messa in discussione attraverso un referendum popolare. La Corte Costituzionale, che doveva pronunciarsi ieri sull'ammissibilità del quesito abrogativo presentato dalla Lega Nord, ha rinviato la propria decisione a martedì prossimo, 20 gennaio, alle 20,30. In questo modo la Consulta è venuta incontro alle richieste della stessa Lega ed in particolare di Roberto Calderoli, uno dei promotori dell'iniziativa referendaria.

Calderoli aveva chiesto il rinvio lamentando di non aver ricevuto la comunicazione prevista dalla legge e di non aver potuto quindi produrre la memoria a difesa delle proprie ragioni. A detta dello stesso senatore, è stato accertato che la missiva in questione giaceva in un ufficio postale di Milano. Dunque l'incertezza sul destino della legge Fornero, che tra le altre cose ha cancellato le pensioni di anzianzità e ha introdotto il calcolo contributivo per tutti i lavoratori, si prolungherà fino a martedì sera; anche se la maggior parte degli esperti ritiene che il quesito non sia ammissibile, in quanto norma che fa parte - pur se non direttamente - di una legge di bilancio.

Il quesito della Lega propone di abrogare l'articolo 24 del decreto Salva Italia (Dl 201/2011). Se il quesito passasse, osservano i leghisti, sarebbe cancellato il passaggio al calcolo contributivo proquota per le nuove pensioni, e  tornerebbero le pensioni di anzianità e si ridurrebbe l'età per l'assegno di vecchiaia, fissato oggi per gli uomini a 66 anni e tre mesi.

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Dal 1° maggio 2015 entrerà in vigore il nuovo sistema di misure contro la disoccupazione delineato nella bozza di decreto attuativo della legge delega sul mercato del lavoro (Jobs Act).

Kamsin Serviranno un paio di settimane di lavoro effettivo in più nell'ultimo anno come requisito per poter usufruire della nuova indennità di disoccupazione, l'anticipo del decalage del 3% mensile al quarto mese di fruizione. Con qualche modifica, il decreto attuativo del Jobs act sulla Naspi varato dal Consiglio dei ministri la vigilia di Natale è arrivato ieri in tarda serata alle commissioni Lavoro di Camera e Senato.

Il nuovo ammortizzatore, che riunirà Aspi e MiniAspi, sarà operativo per i casi di disoccupazione che si verificheranno a partire dal 1° maggio 2015. Al termine della Naspi, inoltre, se il disoccupato ha minori a carico o ha l'età vicina alla pensione avrà diritto all'Asdi, assegno di disoccupazione, di durata semestrale e importo pari al 75% della Naspi. Ma andiamo con ordine.

I Requisiti. Prima di tutto la Naspi spetterà ai lavoratori che abbiano perduto involontariamente l'occupazione e che presentino congiuntamente i seguenti requisiti: a) stato di disoccupazione involontaria; b) almeno 13 settimane di contributi nei quattro anni precedenti la disoccupazione; c) almeno 30 giornate di lavoro effettivo nei 12 mesi precedenti l'inizio della disoccupazione (erano 18 nella prima versione del testo).

L'importo dell'Assegno. Diversamente da quanto accade attualmente, l'importo della Naspi sarà rapportato alla retribuzione imponibile previdenziale (quella, cioè, su cui sono stati versati i contributi) degli ultimi quattro anni. Infatti, l'importo sarà pari a tale retribuzione divisa per il numero di settimane di contribuzione e moltiplicata per il numero 4,33, con i seguenti limiti:

1) se la retribuzione non supera i 1.195 euro mensili (dato valido per il 2015 da rivalutare annualmente), l'indennità mensile sarà pari al 75% di tale retribuzione;

2) se supera i 1.195 euro mensili, l'indennità mensile sarà pari al 75% della retribuzione più il 25% della differenza tra retribuzione e 1.195. L'indennità mensile, in ogni caso, non potrà superare 1.300 euro mensili (dato per il 2015 da rivalutare), corrispondente a una retribuzione mensile di 2.810 euro. Dal quarto mese di fruizione l'indennità è ridotta del 3% al mese.

La Durata. L'altra caratteristica della Naspi è che non avrà durata prefissata: spetterà, infatti, per un numero di settimane pari alla metà di quelle di contribuzione accreditate al lavoratore negli ultimi quattro anni. Quindi può durare sino ad un massimo di 2 anni. Dal 1° gennaio 2017 non potrà mai eccedere le 78 settimane (18 mesi).

Per conseguire l'ammortizzatore sociale sarà necessario presentare domanda all'inps entro 68 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro. L'erogazione della Naspi, inoltre, sarà condizionata alla partecipazione del disoccupato a iniziative di attivazione lavorativa o di riqualificazione professionale anche se si rimanda ad un decreto ministeriale la regolazione di questo vincolo e delle relative sanzioni.

Cumulo e compatibilità. Il beneficiario può essere impiegato in rapporti di lavoro subordinato senza limiti di durata purchè il reddito conseguito non sia superiore a quello minimo escluso da imposizione fiscale (cioè 8.145 euro).

Se il reddito è inferiore, il lavoratore mantiene il diritto alla prestazione, a condizione che, entro un mese dall'inizio dell'attività, comunichi all'Inps il ricavato annuo che prevede conseguire. In tale circostanza la prestazione viene diminuita di un importo pari all'80 per cento dei compensi preventivati, rapportati al tempo intercorrente tra la data di inizio delle attività e quella di conclusione del periodo di fruizione della prestazione, se antecedente, alla fine dell'anno. La riduzione è oggetto di conguaglio d'ufficio al momento della presentazione della dichiarazione dei redditi.

Il limite di 8.145 euro può essere superato senza dar luogo a decadenza solo laddove il beneficiario risulti occupato in un contratto di lavoro subordinato di durata massima di 6 mesi. In tal caso l'assegno viene però sospeso per il periodo lavorativo in parola.

Lavoratori Part-Time. Possono accedere alla naspi anche coloro che intrattengono contemporaneamente più rapporti di lavoro part time, qualora uno di questi cessi per una delle cause che danno titolo alle prestazioni. E' necessario, comunque, che il reddito complessivo percepito includendo anche tutti gli altri rapporti a tempo parziale, sia inferiore al limite utile ai fini della conservazione dello stato di disoccupazione e chi è interessato lo comunichi all'Inps, entro un mese dall'invio della domanda per fruire della prestazione.

Le differenze con l'Aspi - Rispetto alle attuali regole ci sono diverse differenze. Oggi per accedere all'Aspi servono almeno due anni di assicurazione contro la disoccupazione e almeno 1 anno di contribuzione nel biennio precedente. La durata della prestazione viene aumenta nel tempo (nel 2016, a regime, era previsto: 12 mesi per lavoratori fino a 55 anni, e 18 mesi, oltre).

Quanto alla mini-Aspi il requisito è di avere almeno 13 settimane di contribuzione nei 12 mesi precedenti la disoccupazione, e l'indennità è corrisposta per un numero di settimane pari alla metà delle settimane di contribuzione nei 12 mesi precedenti la cessazione del rapporto di impiego.

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Ma il quadro che esce ripropone l'immagine di un mercato del lavoro fitto di contraddizioni. Il maggior tasso di rioccupazione interessa infatti chi percepisce assegni medi o elevati.

Kamsin Cresce il numero dei pensionati che hanno deciso di lavorare dopo aver conseguito la pensione. E' quanto emerge da uno studio presentato in Senato da Fabrizio Patriarca, ricercatore e collaboratore di Tito Boeri a lavoce.info. Tra il 2007 e il 2012 i pensionati oltre i 60 anni che lavorano sono aumentati di 556mila unità. Secondo i dati Istat proposti da Patriarca nel 2012 i pensionati che lavorano sono arrivati a quota 1.976.810 e i 556mila in più sono così distribuiti: 241 mila (+12,6%) di età compresa tra i 60 e i 64 anni e 315 mila ultra-sessantacinquenni (+3%).

Eppure a beneficiare della recente facoltà di cumulo del reddito con la pensione non sono i pensionati con i redditi piu' bassi che maggiormente ne avrebbero bisogno. Infatti sono solo il 10,2% si quei pensionati over 60 che lavorano sul totale dei pensionati con classe di reddito tra i 500 e i 2mila euro al mese; mentre sono il 13,5% di quelli con redditi tra 2 e 3mila euro al mese fino al 23,9% per chi sta sopra i 3mila euro al mese. In questa fascia alta, dunque, un pensionato over 60 su quattro continua a lavorare. I dati raccolti da Patriarca su fonti Istat, Inps e ministero del Lavoro rappresentano naturalmente una stima per difetto, che non comprende i pensionati che lavorano in nero. Probabilmente se si tenesse conto anche di questo dato i pensionati con classe di reddito inferiore sarebbero destinati ad aumentare.

Focalizzandosi sulle fasce di età si scopre che due anni fa lavorava il 27,7% dei pensionati di età compresa tra i 60 e i 64 anni, in pratica uno su tre; il dato si ferma al 12,6 % tra i 65-75enni e all'1% per gli over 75. I lavori piu' gettonati dopo la pensione? La maggior parte dei pensionati risulta impiegata in un'attività di lavoro autonomo, soprattutto consulenti con partite iva, o sono diventati soci di una società, prevalentemente una società di persone o una srl. Solo il 15% è stato reimpiegato in attività lavorative subordinate.

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La Corte ha accolto la richiesta della Lega di rinvio per mancata notifica. La corte ha dunque rinviato la camera di consiglio al prossimo 20 gennaio alle ore 20,30.

Kamsin Slitta al 20 Gennaio la decisione della Consulta sull'ammissibilità del referendum abrogativo della legge Fornero sulle pensioni, uno dei provvedimenti più importanti (e più contestati) degli ultimi anni, varata dal governo Monti a fine 2011. E' quanto comunica Roberto Calderoli (LN) spiegando che "la Corte ha accolto la nostra richiesta di rinvio per mancata notifica. La corte ha dunque rinviato la camera di consiglio al prossimo 20 gennaio alle ore 20,30 dimostrando sensibilità nei nostri confronti e per i nostri diritti avendo fissato l'udienza all'ultimo giorno previsto dalla legge per concederci più tempo possibile per preparare la nostra memoria difensiva".

La Consulta deve decidere sull'ammissibilità del referendum abrogativo chiesto dalla Lega Nord. Ieri infatti Roberto Calderoli, primo firmatario del quesito, aveva chiesto un rinvio perché una mancata notifica ha impedito al comitato promotore di inviare la propria memoria difensiva.

Il quesito della Lega propone di abrogare l'articolo 24 del decreto Salva Italia (Dl 201/2011). Se il quesito passasse, osservano i leghisti, sarebbe cancellato il passaggio al calcolo contributivo proquota per le nuove pensioni, e  tornerebbero le pensioni di anzianità e si ridurrebbe l'età per l'assegno di vecchiaia, fissato oggi per gli uomini a 66 anni e tre mesi. «Faccio fatica a pensare che la Corte possa avallare una pessima politica», ha detto l'ex ministro Elsa Fornero, «è facile dire eliminiamo una riforma sgradevole ma è molto più difficile dire come».

Il fronte dei contrari alla riforma è comunque ben più ampio della sola Lega Nord. A partire dai sindacati che, con accenti diversi, chiedono di mettere mano all'attuale normativa accusata di essere troppo rigida. La Cisl ad esempio punta su un intervento legislativo, la Cgil non esclude di appoggiare il referendum. Critici sulle regole attuali anche molti esponenti di maggioranza e opposizioni: ad iniziare dai presidenti delle commissioni Lavoro Cesare Damiano (Pd) e Maurizio Sacconi (Forza Italia) il caso degli esodati ha mostrato del resto i limiti della normativa: per dare una pensione a chi aveva perso il lavoro e con la riforma anche i requisiti per l'assegno previdenziale sono stati necessari vari interventi legislativi ad hoc e forse ne serviranno altri.

Tra le ipotesi circolate che circolano c'è il ritorno al sistema delle quote (anni di contributi più età anagrafica) che potrebbe essere fissato a quota 100 (erano 96 nel 2011). Un'altra strada è lasciare al lavoratore la possibilità di uscire prima del tempo con penalizzazioni economiche. Tutte ipotesi destinate a prendere corpo se la Corte dovesse approvare il referendum. Viceversa a scontrarsi con gli stop del Tesoro se la minaccia del voto sarà disinnescata dalla Corte.

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