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Quota 100, penalizzazione per chi ha 18 anni di contributi al 1995

La proposta della Lega prevede una penalità per chi mantiene il sistema retributivo sino al 2011 e sceglie il pensionamento anticipato. 

Sulla riforma delle pensioni il Governo prende tempo in attesa di trovare la quadra su regole, condizioni e risorse disponibili per la flessibilità in uscita. La settimana scorsa è stata presentata la proposta (in via ufficiosa) del consulente della Lega, Antonio Brambilla, tarata sul meccanismo di un'uscita con 64 anni e 36 di contributi oppure con 41 anni (e 5 mesi) di contributi a prescindere dall'età anagrafica senza il blocco del meccanismo degli adeguamenti alla speranza di vita e con un tetto alla contribuzione figurativa valorizzabile massimo di 2 o 3 anni (qui i dettagli).

La proposta ha suscitato diverse polemiche perchè abbina l'abolizione dell'ape sociale e, dunque, come più volte evidenziato rischia di avere un effetto boomerang proprio sulle categorie sociali più deboli che a fatica sono riuscite a trovare un minimo ristoro con l'assegno ponte gratuito dai 63 anni. Lavoratori con lunghe carriere discontinue o intervallate da periodi di integrazioni salariali e disoccupazione indennizzata difficilmente riuscirebbero a trovare beneficio dall'intervento in questione. Anzi potrebbero essere danneggiate. Per questo è necessario agire con prudenza. La proposta agevola sicuramente, invece, coloro che hanno lunghe carriere lavorative stabili e che guadagnerebbero un ulteriore canale di uscita a 64 anni.

Il ricalcolo

La proposta della Lega avrebbe però una penalità per i lavoratori con almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995; il documento prevede un ricalcolo dei versamenti con il sistema contributivo di tutte le anzianità maturate successivamente al 1995. Il calcolo è meno impattante rispetto all'opzione al sistema contributivo di cui all'articolo 1, co. 23 della legge 335/1995 in quanto le anzianità maturate sino al 31 dicembre 1995 resterebbero comunque determinate con il sistema retributivo (a differenza di un'adesione pura al contributivo). In sostanza queste coorti sarebbero trattate come se non avessero raggiunto 18 anni di contributi al 1995; ottenendo il calcolo retributivo sino al 1995 e contributivo dal 1996 al pensionamento (con la Legge Dini e Fornero questi soggetti mantengono il sistema di calcolo retributivo sulle anzianità maturate sino al 31 dicembre 2011 e contributivo solo per la quota post 2011). Nessuna sforbiciata, invece, per quei soggetti che hanno meno di 18 anni di contributi al 1995: per loro non cambierebbe nulla rispetto alle regole attuali. 

La convenienza

Difficile fare i conti a priori sulla convenienza o meno di una simile proposta; dipende dalla carriera lavorativa dell'assicurato. Si dice spesso che chi ha redditi alti ci perde e chi ha redditi bassi no. Non è detto. Nel sistema retributivo esistono, infatti, dei tetti che abbattono gradualmente la retribuzione pensionabile al di sopra di una determinata fascia reddituale (circa 46mila euro); questi tetti, in sostanza, agiscono nel senso di ridurre il "rendimento" della pensione per chi percepisce redditi molto elevati; nel contributivo, invece, non c'è alcun abbattimento della retribuzione pensionabile e quindi si può tradurre in pensione l'intera cifra percepita. Dunque può accadere che chi ha avuto alte retribuzioni e carriere stabili possa addirittura guadagnarci da un intervento di questo tipo.

Già in occasione della Legge Fornero che aveva sancito il passaggio al contributivo dal 2012 per chi aveva 18 anni di contributi al 31.12.1995 il legislatore dovette intervenire introducendo un tetto (articolo 1, co. 707 della legge 190/2014) che in sostanza bloccava la crescita della quota contributiva pensione oltre un certo limite. L'unico effetto negativo può derivare al più dalla fissazione del coefficiente di trasformazione dei montanti ad un'età di 64 anni. Tutti gli altri assicurati rischiano, invece, di lasciare qualcosa per strada. 

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