Lavoro

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Il Governo presenta il decreto legislativo che riduce la precarietà. «L'area grigia del lavoro parasubordinato che in questi anni si è estesa a dismisura» ha spiegato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, «sarà cancellata».

Kamsin Con il via libera definitivo del Consiglio dei ministri al terzo decreto del jobs act, dal vocabolario scomparirà la parola co.co.pro. Una volta che il decreto avrà il suo ok definitivo (al massimo un paio di mesi), non potranno più essere attivati nuovi contratti di collaborazione a progetto. E anche se quelli già in essere potranno proseguire fino alla loro scadenza, a partire dal gennaio 2016, ai rapporti di collaborazione "mascherati" cioè quelli personali con contenuto ripetitivo ed etero-organizzati dal datore di lavoro saranno applicate le norme del lavoro subordinato. Potranno invece restare altri tipi di collaborazioni con riferimento a quattro tipologie, prime fra tutte quelle regolamentate da accordi collettivi che prevedono discipline specifiche relative al trattamento economico e normativo legate alle esigenze produttive e organizzative del relativo settore.

L'operazione secondo le stime del governo, dovrebbe far migrare nei prossimi mesi ben duecentomila finte collaborazioni dalla formula co.co.pro al contratto a tutele crescenti.

Sotto l'accetta del governo cadono anche il contratto di associazione in partecipazione e il job sharing. Resta quello a chiamata, i voucher (il tetto di reddito massimo del lavoratore passa però da 5.000 a 7.000), l'apprendistato (con la riduzione del 35% degli oneri di formazione per l'impresa); lo staff-leasing (senza causali).

Contratti a termine. Non ci sono modifiche per i contratti a termine che escono con lo stesso profilo che avevano assunto dopo il decreto Poletti dell'anno scorso. La durata massima resta a 36 mesi e in questo arco di tempo possono essere prorogati fino a cinque volte. Il numero complessivo di contratti a termine non potrà superare il 20% del numero di lavoratori a tempo indeterminato ma questo limite prevede diverse deroghe, tra cui le start up, i casi di sostituzione di lavoratori assenti o i lavoratori con più di 55 anni.

Demansionamento e Part-time. Potenziato il diritto del lavoratore al part-time, soprattutto di fronte a situazioni di patologie croniche. Via libera anche al demansionamento (al massimo di un livello), a invarianza di stipendio base.  Il provvedimento prevede che il datore di lavoro potrà modificare unilateralmente le mansioni nei casi di riorganizzazione o ristrutturazione aziendale, quando cioè sussistono ragioni tecnico-produttive oggettive.

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Il Consiglio dei ministri ha approvato questa mattina il ddl concorrenza e i decreti attuativi del Jobs act. Stop all'articolo 18 ai nuovi assunti dal 1° marzo 2015. 

Kamsin Il Cdm ha dato il via libera definitivo ai due decreti attuativi del Jobs Act sul contratto a tutele crescenti e sulla nuova Aspi e l’ok preliminare al decreto legislativo sul riordino delle tipologie contrattuali. Nel provvedimento che modifica l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sono compresi anche i licenziamenti collettivi (non sono state quindi ascoltate le richieste delle Commissioni lavoro di Camera e Senato). I testi ufficiali dei provvedimenti non sono tuttavia ancora stati resi noti.

L'abolizione dei contratti a progetto e dell'associazione in partecipazione e la rimodulazione delle altre tipologie contrattuali dovrebbero andare in vigore dal 2016. Per quest'anno - si apprende - sarà ancora possibile stipulare queste tipologie contrattuali, mentre dopo il 2016 sarà possibile stipulare cocopro solo con accordi sindacali.  Non sono stati varati gli attesi dlgs di attuazione della Delega fiscale, in assenza del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, impegnato oggi a Bruxelles per l'Eurogruppo sulla crisi greca.

Per quanto riguarda il disegno di legge sulla concorrenza il Premier ha ricordato che il provvedimento contiene liberalizzazioni su assicurazioni, telefonia, professionisti (in primis i notai) e le multe.  "Più che liberalizzazioni io direi Italia Semplice, tutela dei consumatori, è il tentativo di attaccare alcune rendite di posizione ed una sforbiciata sia perché riduciamo il gap tra chi gode di rendite e chi no e tentiamo di eliminare qualcosa di troppo. Agli imprenditori abbiamo tolto ogni alibi, a chi dice che assumere non è conveniente. È la volta buona, ora o mai piu'. Dopo un anno di governo non avremmo pensato di essere a questo punto", ha detto il Premier al termine della conferenza stampa.

Novità in arrivo su assicurazioni, telefonini e multe. Le annuncia Matteo Renzi e spiega: "voi ricevete una multa e c'è la riserva per Poste. C'è solo da noi Ungheria e Portogallo. Lo eliminiamo. Andremo un po' meno dal notaio perché si semplifica il sistema. Andremo con più serenità dai nostri professionisti".

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Il Ministro del Lavoro annuncia l'introduzione del contratto di lavoro a tutele crescenti a partire da Marzo. Via libera anche alla riforma degli ammortizzatori sociali.

Kamsin «Dal primo marzo le aziende potranno assumere con le nuove regole". E' quanto ha detto il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, alla presentazione del rapporto Ocse sull'Italia. Ancora pochi giorni dunque ed il contratto a tutele crescenti, con le sue novità anche sui licenziamenti ed il superamento del reintegro in gran parte dei casi, sostituito dall'indennizzo economico (si veda la tavola allegata all'articolo con le novità), sarà operativo.

Tutto questo alla vigilia del Cdm che oggi darà il via libera definitivo al relativo decreto attuativo, insieme a quello che ridisegna gli ammortizzatori sociali con la nuova Aspi (Naspi), la nuova indennità di disoccupazione che scatterà invece dal primo maggio. Sul contratto a tutele crescenti
resta, però, ancora da sciogliere la questione sui licenziamenti collettivi: ossia se escluderli  come richiesto non solo a gran voce dai sindacati ma anche nel parere delle commissioni Lavoro di Senato e Camera  o meno dal campo di applicazione delle nuove norme. Su cui c'è il no di Ncd.

Un nodo sul quale, viene sottolineato, la discussione  e la mediazione  sarà aperta fino all'ultimo. «Chiediamo al Consiglio dei ministri di disattendere» il parere, «confermando il testo originario», afferma il presidente della commissione Lavoro di Palazzo Madama, Maurizio Sacconi (Area popolare), secondo cui «se venisse meno anche questa novità positiva il provvedimento perderebbe gran parte del contenuto innovativo che continuiamo a giudicare timido».

Al Consiglio dei ministri arriverà sicuramente anche lo schema di decreto legislativo, previsto sempre dal Jobs act, sulla revisione delle tipologie contrattuali, il cosiddetto «Codice dei contratti»: come affermato dallo stesso Poletti, l'orientamento è di dire addio ai co.co.pro (non sarà possibile stipulare nuove collaborazioni a progetto e per quelle esistenti si gestirà la «transizione»), di abolire l'associazione in partecipazione ed il Job sharing e di rimodulare le regole per le Partite Iva. Mentre resta confermato a 36 mesi il tetto per i contratti a termine senza causale. Alcune limature dovrebbero arrivare anche sul contratto di apprendistato.

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Quando ero al governo mi dissero: sei ministro e parlamentare, se l’ultimo giorno ti dimetti da deputato, la tua pensione viene ricalcolata e hai diritto a percepire 10mila euro lordi mensili, ovvero 6mila euro netti. Io ho rinunciato e sono andato in pensione con 2.350 euro netti, che sono il frutto di una carriera di 40 anni”. Lo ha detto Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera dei deputati, intervenendo al forum “Il futuro delle libere professioni e il ruolo delle Casse di previdenza” promosso dalla Cassa nazionale di previdenza dei ragionieri, guidata da Luigi Pagliuca.

“La politica, in generale, ignora i problemi legati alla previdenza – ha aggiunto Damiano -, purtroppo non c’e’ sufficiente competenza. C’e’ molta superficialita’ sui temi che riguardano le Casse dei professionisti, perche’ sotto la spinta di una situazione difficile, in cui occorre far quadrare i conti, si tende a mettere mano dove si pensa che ci siano piu’ risorse, ma senza discernere”.

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Per il contratto a tempo determinato resterà l'attuale limite massimo di durata di 36 mesi. L'associazione in partecipazione sarà superata, così come il lavoro ripartito (job sharing), mentre il tetto d'importo per i voucher sarà alzato. 

Kamsin Iniziano a delinearsi in modo più netto i contorni del decreto sul riordino delle tipologie contrattuali che il governo ha messo a punto in attuazione della delega sul Jobs act e che sarà varato  dal Consiglio dei ministri nella giornata di domani.

Per il contratto a tempo determinato resterà l'attuale limite massimo di durata di 36 mesi, contrariamente a quanto si era ipotizzato. Dovrebbe andare in soffitta l'associazione in partecipazione così come il lavoro ripartito (job sharing), mentre si potranno continuare ad usare il contratto di somministrazione e il lavoro a chiamata. Il Governo conferma poi l'addio alle collaborazioni a progetto: non si potranno fare nuovi contratti Co.co,pro, e nel periodo transitorio gli attuali Cocopro verranno portati a scadenza. Per quanto riguarda i voucher sarà rivisto al rialzo il tetto d'importo e con utilizzo della tecnologia il lavoro accessorio sarà tracciabile. Sull'apprendistato, infine, si punta a semplificare il primo livello (per il diploma e la qualifica professionale) e il terzo livello (alta formazione) per spingere sull'alternanza scuola-lavoro.

L'altra novità riguarda le mansioni: in presenza di una ristrutturazione o riorganizzazione aziendale l'impresa potrà modificare le mansioni del lavoratore fino ad un livello, senza toccare il trattamento economico.

Oltre al decreto sul riordino dei contratti, il consiglio dei ministri di venerdì, varerà anche l’altro decreto attuativo del Jobs act che istituisce l’Agenzia unica delle ispezioni con l’accorpamento delle funzioni di controllo attualmente svolte da ministero del Lavoro, Inps e Inail. Sembra, invece, in forse il Dlgs sulla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro (restano da sciogliere ancora alcuni nodi sulle coperture).

Il Cdm dovrà darà pure il via libera definitivo ai due Dlgs sul contratto atutele crescenti e sulla nuova Aspi, provvedimenti sui quali in settimana è arrivato l'ok delle Commissioni Lavoro di Camera e Senato.  

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Zedde

Le aziende che fanno un massiccio ricorso alla cassa integrazione dovranno pagare l'anno successivo un contributo più alto. Oggi la cassa integrazione è finanziata anche con un contributo fisso a carico delle aziende. Il decreto attuativo dei Jobs act renderà mobile la soglia.

Kamsin Le aziende che faranno ricorso alla cassa integrazione pagheranno un contributo piu' elevato. Una sorta di bonus-malus, un criterio ben noto nelle assicurazioni auto. La novità sarà inserita nel quarto decreto attuativo del Jobs act, la riforma del mercato del lavoro, che dovrebbe arrivare il 20 febbraio sul tavolo del consiglio dei ministri, insieme a quello che ridurrà il numero dei contratti precari. «Il nostro obiettivo è cambiare la cassa integrazione, renderla sostenibile per evitarne la cancellazione», dice Filippo Taddei, il responsabile economia del Pd. Oggi la cassa integrazione è finanziata anche con un contributo fisso a carico delle imprese: il 2,9% del monte salari per quelle con meno di 50 dipendenti, il 3,2% per quelle che superano tale soglia.

Il decreto attuativo renderà mobile quella soglia: la forchetta non è stata ancora definita, possibile che si vada da un minimo del 2% ad un massimo del 4%. Tuttavia il principio è chiaro: le aziende che fanno un massiccio ricorso alla cassa integrazione pagheranno un contributo più alto mentre quelle che la usa meno dovranno versare una percentuale più bassa.

In altri termini il bonus malus rappresenterebbe un freno agli abusi e un premio a chi rispetta le regole, magari versando quel 3% senza mai vederlo tornare indietro. Oltre alla misura Taddei conferma che ci sarà anche una stretta sul monitoraggio delle richieste. Un monitoraggio diverso, concentrato sulla cosiddetta stagionalità: «Se anno dopo anno - spiega Taddei -  si vede che la stessa azienda presenta le stesse richieste nello stesso periodo dell'anno, vuol dire che c'è qualcosa che non va. Forse dietro non c'è una crisi aziendale, con il doveroso intervento a sostegno da parte dello Stato, ma solo un'impresa che sta ottimizzando il ciclo produttivo, utilizzando i contributi pubblici e delle altre imprese».

C'è poi una terza novità nel decreto allo studio del governo: la cancellazione della cassa integrazione a zero ore, in cui i lavoratori che prendono il sussidio non lavorano. Nei primi dieci mesi dell'anno scorso sono stati 540 mila. «Anche questo - conclude Taddei -  è un uso distorto degli ammortizzatori sociali. Questa strada sarà percorribile solo in caso di vera e propria riconversione industriale, cioè quando si, passa a una produzione diversa, rendendo necessario lo stop agli impianti e la riqualificazione dei dipendenti».

Intanto, secondo i dati della Cgil, le ore di cassa integrazione richieste sono diminuite del 6% nel 2014, ma nonostante ciò il bilancio resta pesante: le ore autorizzate restano infatti abbondantemente sopra il miliardo (1,1 per la precisione) con una perdita di reddito complessiva pari a circa 4,3 miliardi. In pratica si sono perse ore di lavoro per 530.000 lavoratori equivalenti a tempo pieno, pari a un taglio in busta paga di 8.000 euro a testa. La Cgil segnala che il 2014 è il terzo peggior anno dal 2008, e porta il totale delle ore autorizzate in sette anni a 6,6 miliardi. L'anno scorso sono esplose soprattutto le richieste di cassa straordinaria (+18,4%) che nell'anno ha rappresentato il 60% delle richieste totali, mentre per la cassa ordinaria le richieste sono diminuite del 30% e per la cassa in deroga del 19%. «Con questi dati e una crescita pari allo zero - dice il segretario confederale Serena Sorrentino - ridimensionare gli ammortizzatori sociali, come contenuto nel Jobs act, sembra una follia».

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