Quota 100, Ecco chi ci guadagna e chi ci perde dalla riforma
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Quota 100, Ecco chi ci guadagna e chi ci perde dalla riforma

In attesa che il Governo scelga quale forma di flessibilità mettere in campo PensioniOggi mostra gli effetti controversi di una possibile abolizione dell'ape sociale per le categorie più disagiate.

Il progetto sulla quota 100 se accompagnato dalla revoca dell'ape sociale rischia di colpire negativamente le categorie più deboli che a stento hanno beneficiato dell'accordo tra Governo e parti sindacali del settembre 2016.

Come al solito va tutto preso con beneficio d'inventario, senza eccessivi allarmismi, in quanto stiamo parlando di una rilanciata da Antonio Brambilla estensore della proposta Leghista (il Governo non ha ancora ufficializzato come intende agire, si è appena insediato) ma una corretta informazione va fatta anche per consentire correzioni di tiro da qui a quando sarà presentato un progetto ufficiale. Per non dire che non si erano avvistati per tempo i rischi.

L'ipotesi leghista, lo si è già anticipato su PensioniOggi, consiste nell'introduzione di una quota 100 con 64 anni e 36 anni di contributi (resta in pista anche la combinazione 65 + 35) con un tetto a 2 o 3 anni di contributi figurativi e un pensionamento a 41 anni e 5 mesi di contributi (i 5 mesi sono causati dalla speranza di vita che scatterebbe dal 2019) a prescindere dall'età anagrafica. Andrebbe in soffitta però l'ape sociale che attualmente offre una scialuppa di salvataggio alle categorie socialmente più deboli anche se all'esito di un lungo ed estenuante iter concessorio. Sono queste le categorie che più ci perdono se la Riforma andasse in porto così come è stata ipotizzata.

I problemi dall'Ape social

Maura ad esempio è una lavoratrice del settore privato nata nel febbraio 1956 con 37 anni di contributi licenziata dopo due anni di cassa integrazione a cui poi ha fatto seguito un periodo di disoccupazione indennizzata (naspi) di un paio di anni. Non può più rioccuparsi in quanto ormai troppo anziana per trovare un nuovo lavoro. A regime attuale, se l'ape sociale fosse prorogato, potrebbe accedere dal marzo 2019 (cioè a 63 anni) all'assegno ponte che la accompagna alla pensione di vecchiaia. Se la misura fosse abrogata Maura dovrebbe attendere 67 anni per andare in pensione di vecchiaia. La Riforma della quota 100 non porta alcun vantaggio perchè all'età 64 anni Maura raggiunge sì il valore 100 tra età e anzianità (64+37=101) ma dato che non possono essere conteggiati più di due anni di figurativi derivanti da integrazione salariale, malattia e disoccupazione indennizzata la combinazione non sarebbe comunque perfezionata.

Stessa circostanza per Antonia una lavoratrice del settore pubblico madre di un figlio invalida civile all'80% nata nel 1956 con 29 anni di contributi frutto di carriere miste (25 anni nel pubblico impiego, 3 nel settore privato e uno nella gestione separata dell'Inps). Se l'ape sociale fosse prorogato potrebbe chiedere l'assegno ponte nel 2019 a 63 anni e 29 di contributi godendo dello sconto di un anno per un figlio e potendo unire la contribuzione mista tra più casse previdenziali con il cumulo. Se la misura fosse abolita Antonia dovrebbe, invece, attendere i 67 anni per la pensione di vecchiaia. Nessun beneficio da quota 100.

Francesco invece è un lavoratore del settore privato nato nel febbraio 1956 ancora in costanza di attività lavorativa con 37 anni di contributi. A regime attuale non può contare sull'ape sociale in quanto non rientra in alcun profilo di tutela previsto dalla legge. Quindi andrebbe in pensione all'età di 67 anni nel 2023 con 42 anni di contributi (al netto della speranza di vita). Con la quota 100 Francesco potrebbe, invece,  pensionarsi già nel 2020 all'età di 64 anni con 39 anni di contributi.

Carriere lunghe

Più complesso il discorso per chi ha molta contribuzione e che, quindi, a regime attuale andrebbe in pensione con l'anticipata. Qui occorrerà comprendere se il limite dei due anni figurativi persisterà anche con riferimento a questo canale di uscita o meno. Nell'ipotesi migliore i conti sono semplici perchè il vantaggio sarà evidente per tutti. Altrimenti a rimetterci ancora una volta sono coloro che hanno lunghi periodi di disoccupazione indennizzata e integrazioni salariali alle spalle. Mauro, ad esempio, è un lavoratore classe 1960 con 40 anni di contributi frutto di 5 anni di riscatto di laurea e 35 di lavoro effettivo. A regole attuali andrebbe in pensione tra 3 anni al raggiungimento di 43 anni e 3 mesi di contributi (al netto degli adeguamenti alla speranza di vita). Se la riforma andasse in porto Mauro potrebbe pensionarsi già il prossimo anno con 41 anni e 5 mesi di contributi.

Alberto, invece, è un lavoratore precoce classe 1960, cioè ha lavorato almeno 12 mesi prima del 19° anno ed ha perso il lavoro andando quattro anni in mobilità e maturando al termine della stessa un totale di 41 anni e 10 mesi di contributi. Il prossimo anno andrebbe in pensione con il requisito precoci studiato dal Governo Renzi nel 2017. Se la Riforma stabilisse il vincolo di non più di due anni di figurativi anche per questo canale di uscita Alberto risulterebbe danneggiato perchè dovrebbe versare i volontari per coprire gli anni "non utili" oppure attendere l'età di 64 anni per centrare la quota 100 nel 2024; se il tetto ai figurativi non fosse introdotto per Alberto, invece, non cambierebbe sostanzialmente nulla rispetto alla situazione attuale. 

Una ulteriore variabile riguarda anche la possibilità di mettere assieme la contribuzione mista gratuitamente. Con il cumulo oggi si può sommare la contribuzione sia ai fini dei 43 anni e 3 mesi di contributi (42 anni e 3 mesi per le donne e 41 anni e 5 mesi per i precoci). Se la Riforma non estendesse tale facoltà anche al (nuovo) canale di 41 anni (e 5 mesi dal prossimo anno) i lavoratori con carriere miste dovrebbero attendere i requisiti di contribuzione superiore (cioè i 43 anni e 3 mesi) per cumulare.

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