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L'ex Ministro del Lavoro autrice della Riforma del 2011 replica al neo Presidente dell'Inps Tito Boeri. "Nella previdenza pubblica le regole sono già armonizzate: tutti gli assegni sono calcolati con il sistema contributivo".

Kamsin «Le regole sono già omogenee e non c'è bisogno di cambiarle. Invece che redditi minimi sarebbe meglio creare occupazione. E spiegare con quali risorse vogliamo rendere più flessibile l'età del pensionamento». Lo dice oggi Elsa Fornero, ministro del Lavoro col governo Monti dal 2011 al 2013, in una replica alle proposte fatte ieri a Repubblica dal presidente dell'Inps Tito Boeri. E rivendica alle proprie leggi, sia pure "approvate nell'emergenza", la maggior parte dei meriti di riforma delle pensioni che non hanno bisogno di ulteriori stravolgimenti.

«Correggere le riforme — ricorda l'ex-ministro — è comunque sempre più facile che farle». Non è necessario procedere ad una armonizzazione delle pensioni dato che "ormai tutte le pensioni, fatte salve pochissime eccezioni che in Italia ci sono sempre, sono contributive. Perfino quella dei parlamentari, sulla base di una mia richiesta. Bisognerebbe continuare a monitorare la situazione di chi, avendo avuto una carriera lavorativa discontinua, con disoccupazione e assenze per assistere figli, anziani o disabili, ora può essere eccessivamente penalizzato dal sistema, e fare nel caso qualche eccezione in loro favore, anziché in favore dei più ricchi come era sempre avvenuto prima. Fino ad accertarsi che le misure siano quelle giuste».

La Fornero si dice invece contraria all'ipotesi di introdurre un reddito minimo per gli ultra 55enni senza lavoro: «Anche in questo caso, non sono del tutto d'accordo. In questo paese, che si è esposto molto sul fronte dei debiti, non si riesce a creare occupazione né per i giovani né per gli anziani. Il progetto Garanzia Giovani non ha dato i risultati sperati. A un cinquantenne che perde il lavoro cercherei innanzi tutto di dare aiuto perché possa ritrovarne uno».

Si può rendere l'accesso alla pensione piu' flessibile? «Anche io avrei voluto farlo, purtroppo non tutte le riforme possono essere fatte nello stesso momento. All'epoca delle mie leggi l'emergenza economica era strettissima, ma anche ora non mi pare che l'Italia sia rientrata in un'età dell'abbondanza. Si può rendere l'età pensionabile più flessibile, a condizione che chi si ritira prima prenda di meno. Ma comunque occorrono risorse, e di conseguenza bisogna spiegare alla comunità al posto di quali altre iniziative vengono investite queste risorse».

Nel frattempo però si registrano sempre più aziende che assumono a tempo indeterminato. Un merito del jobs act? «Non direi. Un merito semmai dello sgravio fiscale, che premia aziende che ora, a differenza di due o tre anni fa, sentono un po' meno il peso dell'incertezza e apprezzano un lavoro dal costo minore. I contratti a tutele crescenti sono entrati in vigore solo a inizio marzo, mentre la maggior parte dei dati sulla nuova occupazione sono precedenti, quando quindi l'articolo 18 era ancora quello antico. Non credo che gli imprenditori sentissero una particolare fobia per quella norma, ma semmai per altre ragioni relative a costi e prospettive ».

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L'aumento della stima di vita interesserà anche quei lavoratori che, in virtu' di speciali disposizioni di legge, mantengono tutt'oggi in vigore le regole di pensionamento antecedenti alla Riforma Fornero.

Kamsin Continuano a giungerci decine di richieste di chiarimenti dai lettori circa un passaggio contenuto nella recente Circolare Inps 63/2015 con la quale l'istituto ha fissato gli effetti del prossimo incremento dell'età pensionabile nel triennio 2016-2018.

La Circolare, nel ribadire l'incremento di 4 mesi dei requisiti per l'accesso alla pensione dei lavoratori iscritti alla previdenza pubblica, ha precisato che il predetto adeguamento interessa anche "i soggetti per i quali continuano a trovare applicazione le disposizioni in materia di requisiti per il diritto a pensione con il sistema delle c.d. quote". Tali soggetti possono accedere alla pensione con "un’anzianità contributiva di almeno 35 anni e, se lavoratori dipendenti pubblici e privati, di un’età anagrafica minima di 61 anni e 7 mesi, fermo restando il raggiungimento di quota 97,6, e, se lavoratori autonomi iscritti all’Inps, di un’età anagrafica minima di 62 anni e 7 mesi, fermo restando il raggiungimento di quota 98,6".

Questo passaggio, però, si riferisce solo a due categorie "particolari" di lavoratori per i quali è ancora oggi applicabile il sistema delle quote.

In primis si riferisce ai lavoratori salvaguardati, cioè coloro che sulla base di sei specifici provvedimenti legislativi possono continuare a godere delle regole ante-Fornero, tra cui c'era, per l'appunto, la possibilità di accedere alla pensione con le cd. quote. Sono 170mila i lavoratori che si trovano in questa condizione: si tratta di lavoratori che avevano perso il lavoro entro il 2011 o che avevano, sempre entro tale data, stipulato accordi con il datore che prevedevano l'uscita nei mesi successivi.

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In secondo luogo si riferisce ai lavoratori addetti a lavori particolarmente faticosi e pesanti e notturni ai sensi di quanto previsto dal Dlgs 67/2011 (vedi voce lavori usuranti). La Riforma Fornero ha lasciato infatti in vigore una disciplina particolare basata per l'appunto sul sistema delle cd. quote.

Ebbene per il triennio 2016-2018 questi lavoratori dovranno perfezionare almeno 61 anni e 7 mesi di età unitamente al quorum di 97,6 (per gli autonomi i requisiti sono di un anno piu' elevati). E' appena il caso di precisare che chi beneficia di questa normativa riporta in vita anche il vecchio sistema basato sulle finestre mobili. E quindi dovrà attendere 12 mesi o 18 mesi dal perfezionamento dei suddetti requisiti prima di poter ottenere la liquidazione della prestazione.

L'Inps propone anche un esempio di come deve essere condotta la verifica per il diritto a pensione. Ad esempio per verificare il raggiungimento del requisito al 31 ottobre 2016 di un lavoratore nato il 20 marzo 1955 con 1877 settimane di contributi bisogna trasformare l’età e i contributi del lavoratore in questo modo: 61 anni e 225 giorni sono pari a (61+225/365)= 61,616 anni; si divide quindi il numero di contributi per le settimane (1877/52) e si ottiene il valore 36,096 anni. La somma tra età e anzianità contributiva alla data del 31 ottobre 2016 è pari a 61,616 + 36,096 = 97,712.  Il lavoratore ha quindi raggiunto il diritto a pensione avendo superato quota 97,6 ed essendo in possesso dei requisiti minimo di 61 anni e 7 mesi di età e 35 anni di contribuzione.

Ad ogni modo, dunque, un lavoratore dipendente, pubblico o autonomo che non si riconosca in una delle due deroghe appena citate non potrà fruire del pensionamento con le quote. Dovrà attendere i requisiti previdenziali introdotti dalla Riforma Fornero e cioè: a) 41 anni e 6 mesi di contributi (42 anni e 6 mesi se uomini) indipendentemente dall'età anagrafica (pensione anticipata); 66 anni e 3 mesi di età unitamente a 20 anni di contributi (pensione di vecchiaia). Per maggiori informazioni si veda la voce: età pensionabile.

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Il 57,8% dei lavoratori autonomi oggetto dell'intervista effettuata dalla Cigl risulta percepire un reddito inferiore a 15mila euro l'anno; il 30% supera i 20mila euro.

Kamsin Oltre la metà guadagna meno di 15 mila euro lordi l'anno. Solo il 7,6% dice di non avere problemi psicologi legati al lavoro mentre gli atti parlano di stress, ansia, depressione o almeno insonnia. Sono i dati diffusi dalla ricerca «Vita da professionisti», condotta dall'Associazione Bruno Trrntin presentata ieri a Roma nella sede della Cgil, primo passo concreto di quella proposta per un nuovo statuto che metta insieme tutti i lavoratori, sia dipendenti che autonomi, lanciata nelle ultime settimane dal segretario generale Susanna Camusso.

La ricerca si basa su duemila interviste a professionisti tra cui architetti, avvocati, commercialisti e partite Iva che hanno partecipato su base volontaria ed e quindi possibile che a rispondere siano state le persone più motivate della categoria. Ma in ogni caso il 57,8% di un campione di 2210 autonomi guadagna fino a 15 mila euro all'anno; il 13,2% tra i 15 e i 20 mila euro, il restante 28,9% più di 20 mila euro. Tutte cifre lorde. Redditi che non trovano riscontro nella formazione e nelle competenze accumulate a partire da una laurea, o un diploma, e in costante aggiornamento. Quasi sempre a proprie spese.

Questa è la condizione in cui si trovano oggi tutti gli studenti o i laureati e, più in generale, il lavoro qualificato di chi ha tra i 30 e i 45 anni. Il contrasto tra l'alta concentrazione dei saperi e la realtà quotidiana di un lavoro impoverito e senza tutele, ma perseguitato dalle tasse e dai contributi previdenziali, è caratteristico di un segmento importante del quinto stato: i lavoratori della conoscenza.

Gli autori della ricerca , coerentemente con l'impostazione data da Sergio Bologna e Andrea Fumagalli nel libro il lavoro autonomo di seconda generazione (1997, Feltrinelli), descrivono tale lavoro nell'ambito del settore terziario in crisi, dei servizi, delle relazioni e della cura, dello spettacolo, delle consulenze per la pubblica amministrazione o per le imprese. Questo lavoro autonomo svolge le sue attività in una delle 27 professioni regolamentate attraverso ordini o collegi professionali, ma anche nell'ambito del lavoro freelance non ordinistico. Secondo i dati Isfol, i professionisti autonomi e freelance che non sono imprenditori ne hanno dipendenti sono circa 3 milioni e mezzo.

Nel loro insieme contribuiscono per oltre il 18% al Pil. Questo è il primo dato che rovescia il pregiudizio dominante, in particolare quello legato alle letture ispirate alla nozione di «popolo delle partite Iva». Gli autonomi e i freelance sarebbero imprenditori e, in quanto tali, producono valore e ricchezza. Non è vero: sono lavoratori che operano in autonomia e per conto terzi. Non sono evasori fiscali, come a lungo hanno creduto la sinistra e in particolare i sindacati (Cgil compresa). Per chi lavora per la P.A. (il 5,3%) o in maggioranza per i privati (65%), e ancora in un ambito non prevalente 23,2%) o il terzo settore (il 6,7%), evadere è molto difficile.

Tale autonomia viene invece distinta in tre modi: una condizione di autonomia completa 49,4% del campione ha più committenti alla pari); una di autonomia prevalente (il 33,3% ha più committenti, di cui uno principale); un'altra di monocommittenza (il 17,3%). Questa descrizione smentisce un'altro pregiudizio, diventato popolarissimo dopo l'approvazione della riforma Fornero: le partite Iva sarebbero tutte false.

In realtà sono dipendenti mascherati. Non è vero: nell'ambito del lavoro professionale la platea degli autonomi è molto più ampia di quella dei parasubordinati, come attesta l'indagine. Parliamo di working poors che lavorano con una pluralità di committenze. Più datori di lavoro ci sono, più il magro reddito può sperare di crescere. Questa relazione forte e lineare rivela un'altra realtà: le professioni che soffrono di una «povertà estrema», con redditi inferiori ai 5 mila euro lordi annui, sono quelle della cultura e dello spettacolo, i giornalisti e chi lavora nell'editoria.

Ci sono anche gli archivisti e i bibliotecari e chi opera nell'area tecnicoscientifica. Chi invece percepisce un reddito superiore ai 25 mila euro lordi lavora nei settori finanziari e assicurativi, nella consulenza, nella salute, nella sicurezza del lavoro o fa il commercialista. La ricerca attesta inoltre una forte consapevolezza dei diritti sociali, un'idea del Welfare e una disponibilità all'impegno associativo. Il 45% del campione partecipa alle attività di movimenti e gruppi autoorganizzati, la vera novità culturale e politica registrata in questo segmento del quinto stato.

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Il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti risponderà oggi alle interrogazioni sugli interventi per riformare il sistema previdenziale pubblico, l'estensione del regime sperimentale donna e ulteriori modifiche sul tema della salvaguardia pensionistica.

Kamsin Il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti risponderà oggi pomeriggio dalle ore 15 in occasione del question time dall’Aula di Montecitorio a tre interrogazioni parlamentari in materia di riforma del sistema previdenziale pubblico e circa l'approvazione di nuove salvaguardie. 

Il Ministro dovrà rispondere agli onorevoli Simonetti-Fedriga (Lega Nord) che chiedono al Governo circa "l'opportunità di emanare con urgenza provvedimenti di propria competenza che contemplino una settima e conclusiva salvaguardia per tutti gli esclusi dalle precedenti sei salvaguardie, utilizzando a copertura degli oneri le risorse disponibili nel fondo di cui all'articolo 1, comma 235, della legge n. 228 del 2012, come derivanti dall'avanzo di amministrazione delle entrate già accertate e vincolate alle misure di salvaguardie dai precedenti sei provvedimenti in materia, eventualmente ricorrendo, qualora le stesse dovessero risultare insufficienti, al cosiddetto «tesoretto» di cui al documento di economia e finanza".

Sulla stessa lunghezza d'onda l'interrogazione dell'onorevole Gnecchi-Albanella (Pd) che chiede al Governo quali interventi intenda adottare per tutelare i lavoratori che sono rimasti esclusi dalle attuali sei salvaguardie pensionistiche, sulla rimozione delle restrizioni per la fruizione dell'opzione donna e sull'avvio di un tavolo tecnico alla Camera per Riformare la Legge Fornero del 2011. La Gnecchi sottolinea in particolare come sia "indispensabile affrontare anche le contraddizioni che si sono sin qui manifestate nell'applicazione pratica delle salvaguardie già approvate, quali, ad esempio, quelle riguardanti i lavoratori e le lavoratrici in mobilità da procedure concorsuali di fallimento o per cessata attività dell'impresa, a causa delle quali, nell'ovvia impossibilità di poter presentare un accordo di mobilità, non sono stati ammessi alle salvaguardie" e denuncia come i "lavoratori agricoli ed edili siano stati trattati in modo diverso dagli altri lavoratori dipendenti".

Ancora, ricorda le Gnecchi nell'interrogazione "non sono state adottare le soluzioni amministrative relative alla conferma della sperimentazione della così detta «opzione donna» fino al 31 dicembre 2015 e all'applicazione della finestra mobile e dell'aspettativa di vita successivamente al 31 dicembre 2015, con la decorrenza del trattamento pensionistico come per tutti gli altri pensionandi. Si consideri che diverse lavoratrici che sono andate in mobilità o in esodo, soprattutto nel settore bancario, sono state licenziate contando sul pensionamento entro la fine del 2015 e, qualora venisse confermata questa opzione, rimarranno senza lavoro, senza ammortizzatore sociale e senza pensione fino all'età per la pensione di vecchiaia, per un periodo anche di 10 anni"

Pertanto, chiedono gli onorevoli, "quali iniziative il Governo intenda adottare, prevedendo a tal fine una sollecita apertura di un confronto tecnico con l'Inps, le Commissioni lavoro di Camera e Senato e le parti sociali, volto ad approfondire le molteplici situazioni rimaste ancora irrisolte e poter individuare le opportune soluzioni entro tempi programmati e congrui".

Infine il Ministro risponderà ad un interrogazione sollevata dall'Onorevole Brunetta sulle iniziative di trasparenza previdenziale avviate da Tito Boeri e se "condivida le proposte di riforma più volte enunciate dal presidente dell'Inps, con la prevista riduzione delle pensioni superiori a 2 mila euro al mese, e se, nel caso, il Governo intenda predisporre un atto formale su cui avviare una discussione di merito in Parlamento".

Il ministro del Lavoro e  delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti, risponderà anche interrogazioni sulla disponibilità del fondo di rotazione utilizzato a copertura dell’esonero contributivo previsto dalla legge di stabilità per il 2015 a favore delle assunzioni a tempo indeterminato e iniziative per rendere strutturale tale sgravio contributivo (Alfreider ed altri – Misto-Min.Ling.); sulle iniziative volte ad adottare strumenti a sostegno dei lavoratori autonomi (Pizzolante – AP); sulla sospensione dell’applicabilità del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 5 dicembre 2013, n. 159,  relativo all’indicatore della situazione economica equivalente (Isee) (Sberna e Gigli – PI-CD).

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Una nota dell'Inps precisa le modalità per ottenere il pin dispositivo ed accedere tramite il sito dell'Inps alla dichiarazione dei redditi precompilata.

Kamsin Dal 15 aprile, i pensionati e i lavoratori che hanno già acquisito la Certificazione Unica 2015 tramite i servizi online dell'Inps, possono accedere anche al servizio dedicato alla dichiarazione 730 precompilata dell'Agenzia delle Entrate. Lo comunica in una nota l'istituto di previdenza pubblica. Il servizio di autenticazione offerto dall’Inps reindirizza l’utente con un messaggio di segnalazione al servizio presente nel sito dell’Agenzia delle Entrate.

Per accedere è necessario utilizzare il PIN dispositivo; qualora il PIN inserito dall’utente in fase di autenticazione non fosse di tipo dispositivo, la procedura di autenticazione lo segnala, indicando come convertirlo. 

Agenzia delle Entrate e Inps, inoltre, informano sul modo migliore per affrontare le prossime scadenze fiscali. Abilitarsi a Fisconline e ottenere la password e il PIN per utilizzare i servizi telematici dell’Agenzia, incluso il 730 precompilato, è semplice e gratuito. La richiesta può essere effettuata online, per telefono o in un qualsiasi ufficio territoriale delle Entrate, in modo da garantire a tutti i cittadini la possibilità di scelta sulla base delle proprie esigenze.

Per quanto riguarda la Certificazione Unica dei redditi, i pensionati e gli assistiti Inps possono riceverla facilmente e gratuitamente sia online, sul sito dell’Inps, se dispongono del codice PIN rilasciato dall’ente previdenziale, sia presso i patronati. Presso Caf e altri intermediari specializzati la procedura è altrettanto semplice, ma in alcuni casi a pagamento.

Codice PIN dell’Agenzia delle Entrate: ecco come ottenerlo gratuitamente
I contribuenti che vogliono accedere a tutti i servizi online dell’Agenzia, compresa la dichiarazione precompilata, possono richiedere gratuitamente il PIN e la password personali sia online, tramite il sito internet dell’Agenzia, sia recandosi presso un ufficio delle Entrate, anche tramite soggetto delegato, oppure per telefono. Se la richiesta è effettuata dal diretto interessato presso un ufficio dell’Agenzia, viene rilasciata la prima parte del codice PIN e la password di primo accesso; la seconda parte del PIN potrà essere subito prelevata dal contribuente direttamente via internet. A garanzia degli utenti, in caso di richiesta online, per telefono, o tramite soggetto delegato, la procedura prevede che la prima parte del PIN sia rilasciata immediatamente, mentre la seconda parte, con la password di primo accesso, sia inviata per posta presso il domicilio del contribuente registrato in Anagrafe tributaria.

Certificazione unica senza costi, online
Per i pensionati, oltre che per i lavoratori che hanno ottenuto nel 2014 una prestazione di sostegno al reddito da Inps (cassintegrati, disoccupati, etc.), il modello di Certificazione Unica, necessario per la presentazione della dichiarazione dei redditi, è disponibile online sul sito istituzionale dell’Inps, alla voce “Servizi al cittadino”.

Per questo servizio è necessario avere il PIN. Per chi non è dotato di PIN, la Certificazione Unica 2015 può essere richiesta a costo zero presso i patronati. E’ possibile ottenere lo stesso certificato anche presso i Caf e gli altri intermediari autorizzati, ma alcuni di questi fanno pagare il servizio. In seguito ad un incontro fra il presidente dell’Inps e la Consulta Nazionale dei Caf si è stabilito che tutti i Caf che appartengono alla Consulta Nazionale offriranno la possibilità di ottenere la Certificazione Unica a titolo gratuito.

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