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Dal 1° gennaio 2012 anche i vitalizi dei Parlamentari sono calcolati con il sistema contributivo. Ma l'età per il conseguimento è di 65 anni.


Il vitalizio dei Parlamentari

Il dizionario di PensioniOggi.it

Il vitalizio è una prestazione economica erogata nei confronti di coloro che hanno svolto incarichi presso assemblee di natura elettiva cessati dall'incarico. Spesso il termine è associato a Deputati e Senatori ma esistono "vitalizi" anche per gli ex-parlamentari del Parlamento Europeo e per gli ex-consiglieri delle Assemblee Regionali.

Il vitalizio è una prestazione economica sui generis, è pagata direttamente dalle rispettive assemblee elettive e non dall'Inps come accade per i lavoratori "comuni". Ciascuna assemblea elettiva (la Camera, il Senato o le Regioni) in completa autonomia prevede specifiche regole relative al meccanismo di calcolo dell'assegno e ai requisiti anagrafici e contributivi con una disciplina che, nonostante i ripetuti interventi di questi ultimi anni, resta ancora più favorevole rispetto ai comuni mortali (ad esempio la pensione ai familiari superstiti del parlamentare non è oggetto di riduzioni in funzione del reddito). 

I vitalizi, peraltro, si possono cumulare tra loro e con le normali pensioni. Ad esempio un deputato che ha ricoperto anche il ruolo presso un assemblea regionale potrà ottenere più pensioni: una a carico della Camera, l'altra a carico dell'Assemblea regionale e un'altra ancora a carico Inps per la normale attività di lavoro o professionale.

La pensione del parlamentare sino al 2011

Per quanto riguarda Deputati e Senatori sino alla XIII legislatura l'importo del vitalizio variava da un minimo del 25 per cento a un massimo dell'85,5 per cento dell'indennità parlamentare lorda, a seconda degli anni di mandato parlamentare. Dalla XV legislatura l'importo fu ridotto tra un minimo del 25 per cento a un massimo dell'80 per cento dell'indennità parlamentare raggiungibile con 30 anni di mandato parlamentare. A partire dalla XVI legislatura l'importo dell'assegno vitalizio è stato ulteriormente ridotto da un minimo del 20 per cento ad un massimo del 60 per cento raggiungibile con 15 anni di mandato parlamentare. 

A decorrere dalla XVI legislatura è stata, inoltre, soppressa definitivamente la facoltà di riscattare, mediante contribuzione volontaria, gli anni di mandato non esercitati in caso di legislature incomplete (in origine era possibile farlo senza limiti, poi dalla XV legislatura fu inserito il vincolo di almeno 2 anni e sei mesi di mandato). A seguito di tale soppressione i periodi di versamento dei contributi coincidono ora necessariamente con gli anni effettivi di mandato che, pertanto, non devono essere inferiori a 5 anni (rectius: 4 anni, 6 mesi ed un giorno) pena il mancato conseguimento del vitalizio. 

Il vitalizio si consegue al 65° anno di età dopo cinque anni effettivi di mandato più uno sconto di un anno per ogni anno di mandato parlamentare ulteriormente svolto (con due mandati l'assegno si consegue, quindi, a 60 anni). Sino alla XIII legislatura le regole erano ancora più favorevoli: bastavano 60 anni ed una legislatura ma, se c'erano più di 15 anni di mandato, si incassava a prescindere dall'età anagrafica. Vale la pena ricordare che per i comuni mortali la pensione si consegue, invece, a 66 anni e 7 mesi (67 anni dal 2019).

Il passaggio al contributivo

L'ultimo tassello si è aggiunto con le delibere del 2011 degli uffici di presidenza di Camera e Senato che hanno fissato, a partire dal 1° gennaio 2012, il criterio di calcolo contributivo nel rispetto del principio del pro-rata. Da questa data, pertanto, la pensione del parlamentare viene calcolata sulla base dei soli contributi effettivamente versati, pari a circa 920 euro al mese a carico del deputato (8,8% dell'indennità parlamentare lorda, 10.435 euro circa al mese) e l'altro 24,2% a carico dell'Assemblea Elettiva. Dal 2012 è stata pure abrogata la norma che consentiva il riscatto dei contributi in favore degli eredi nel caso non fosse maturato il diritto a pensione e il versamento della contribuzione aggiuntiva del 25% per garantire il trattamento di reversibilità ai superstiti. 

In definitiva il passaggio al contributivo ha ridotto drasticamente i privilegi un tempo concessi ai parlamentari. Basti pensare, infatti, che il vecchio sistema consentiva di maturare un vitalizio di oltre 2 mila euro al mese con appena cinque anni di mandato che schizzavano a 8mila euro con una permanenza in Parlamento per 15 anni; con il sistema contributivo il rendimento si riduce in media di oltre un terzo (si veda tavola sottostante elaborata da PensioniOggi). La Riforma del 2011 ha però fatto salvi i criteri di calcolo maturati sino al 31 dicembre 2011 (salvando così la pensione per gli ex parlamentari). Ed è proprio questo aspetto che la nuova maggioranza Lega-Cinque Stelle vuole abrogare nella XVIII legislatura, operando in senso retroattivo, ai limiti della costituzionalità.

Sospensione del vitalizio

Sono stati nel corso del tempo pure rafforzati i meccanismi di sospensione del pagamento del vitalizio qualora il deputato sia rieletto al Parlamento nazionale ovvero sia eletto al Parlamento europeo o ad un Consiglio regionale. La normativa attuale prevede la sospensione del pagamento della pensione qualora il deputato sia rieletto al Parlamento nazionale, sia eletto al Parlamento europeo o ad un Consiglio regionale, ovvero sia nominato componente del Governo nazionale, assessore regionale o titolare di incarico istituzionale per il quale la Costituzione o altra legge costituzionale prevede l'incompatibilità con il mandato parlamentare.

Livello Regionale

L'opera di riforma ha coinvolto anche le assemblee regionali che in questi ultimi anni hanno tutte adottato previsioni normative volte a superare l'istituto degli assegni "vitalizi" per i consiglieri regionali e a ridisciplinare l'intera materia su logiche meno generose.

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