Pensioni

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Dopo le elezioni europee si rasserena il dibattito politico e al ministero del lavoro si torna a discutere sulle modifiche da apportare alle pensioni. Tema caldo che comprende tanti capitoli aperti su cui probabilmente si interverrà in piu' riprese a seconda delle risorse disponibili a bilancio.

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L'idea dell'esecutivo a guida Renzi, legittimato in toto dal voto di Domenica, è di accelerare e di approvare già alcune norme sulle pensioni con la Riforma della Pubblica Amministrazione in vista del Cdm del prossimo 13 Giugno quando verrà ufficialmente presentata ai giornalisti. All'ordine del giorno c'è comunque l'abrogazione del trattenimento in servizio e la reintroduzione dell'esonero, istituto abrogato con la legge 214/2011, che consentirebbe una sorta di uscita anticipata sull'età pensionabile attuale. Anticipo tuttavia che secondo le dichiarazioni della Madia potrebbe essere limitato ad un anno, massimo due rispetto alle vigenti norme e comunque sempre nell'ottica di favorire la cd. staffetta generazionale, punto chiave per l'esecutivo Renzi.

Poi dovrebbero essere svelate le decisioni sul personale della scuola, i cd. Quota 96, che freme per vedersi riconoscere la deroga per uscire il prossimo 1° Settembre.  Tema questo oggetto di uno specifico impegno per risolvere la vicenda assunto durante le elezioni del titolare del dicastero di Viale Trastevere, Stefania Giannini, che ha peraltro pubblicamente riconosciuto essere «frutto di un errore legislativo».
Sono oltre due anni che questo personale si batte per vedersi riconoscere il diritto di poter andare in pensione con i requisiti di età e di anzianità contributiva richiesti dalla normativa previgente l'entrata in vigore della riforma Fornero e posseduti entro il 31 agosto 2012, termine dell'anno scolastico 2011/2012. Due anni di proteste, di ricorsi alla magistratura e di esposti che sinora però non hanno prodotto alcun esito. Si può anche ricordare, come sostiene la Cisl Scuola, che a fronte di 4mila potenziali beneficiari della norma, come stimati dal Miur, solo una piccola parte deciderà effettivamente di avvalersi della deroga, se approvata. In molti infatti potrebbero decidere di rimanere comunque sul posto di lavoro al fine di maturare una pensione piu' elevata. Ciò secondo il sindacato comporterebbe oneri minori di quelli stimati dalla Ragioneria dello Stato.

E poi c'è il tema legato agli esodati, il capitolo di gran lunga piu' spinoso per l'esecutivo per il quale ancora non si è individuata una soluzione soddisfacente. Con l'ultima salvaguardia, la quinta, si è riconosciuto il beneficio delle vecchie regole in favore di altre 23mila persone ma restano molti gli esclusi, colpiti da una Riforma ingiusta nel 2011. Per questi soggetti il ministro Poletti ha avviato un tavolo di confronto con l'Inps, sinora inconcludente, che si spera però porti all'adozione di una soluzione strutturale.

Si avvicina la prima scadenza per l'esercizio dell'opzione donna. Non potranno piu' accedere al regime coloro che perfezionano 58 anni e 3 mesi di età e 35 di contributi dopo il prossimo 31 maggio.

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Per le lavoratrici optanti autonome quella del 31 maggio sarà l'ultima chiamata. Chi avrà raggiunto i 58 anni e 3 mesi di età e 35 di contributi entro tale data potrà ancora scegliere di uscire in anticipo con l'assegno decurtato di circa un quarto con il regime sperimentale donna; chi li maturerà dopo sarà esclusa. Almeno se non ci saranno ripensamenti da parte dell'Inps e del Ministro del Lavoro Poletti.

E' quanto hanno stabilito le circolari Inps 35 e 37 del 2012 che hanno limitato l'ozione del contributivo di cui all'articolo 1, comma 9 della legge 243/04 alle sole lavoratrici che perfezionino la decorrenza della prestazione pensionistica entro il 31 dicembre 2015. Considerando che le lavoratrici autonome hanno una finestra mobile di 18 mensilità i requisiti per del diritto devono essere maturati pertanto entro il 31 maggio 2014. Le autonome che raggiungano i requisiti oltre questa data avrebbero infatti decorrenza dal 1° gennaio 2016 e di conseguenza sarebbero escluse dal beneficio. 

Sulla vicenda in realtà il governo Letta si era impegnato a intervenire con la rimozione del vincolo introdotto dall'Inps sulla decorrenza, in modo che fosse sufficiente che entro il 31.12.2015 venisse solo raggiunto il diritto e la decorrenza potesse essere anche successiva. Ma il Governo Letta è caduto e per ora Renzi e Poletti non hanno piu' affrontato la questione.   

Le lavoratrici dipendenti hanno invece ancora sei mesi per perfezionare i requisiti, perchè per loro la finestra mobile è piu' breve, pari a 12 mensilità; ciò determina che i requisiti potranno essere perfezionati entro il 30 novembre di quest'anno (o entro il 30 dicembre se dipendenti del pubblico impiego). Il requisito anagrafico in questo caso è di un anno inferiore rispetto alle autonome: 57 anni e 3 mesi. 

Dal prossimo 6 luglio pietra tombale sul ricalcolo delle pensioni, ma sono centinaia di migliaia le pratiche rimaste inevase e, senza un intervento diretto dell'Inps, eventuali errori nelle pensioni provvisorie diventeranno irrimediabili.

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A dare l'allarme è Morena Piccinini, presidente del patronato Inca Cgil, ricordando che a luglio scade il triennio imposto da una legge del 2011. Triennio che, peraltro, vale solo per i lavoratori, mentre se l'Inps si accorge che sta erogando più del dovuto non ha limiti di tempo per ridurre gli assegni, "un punto su quale - osserva Piccinini - il Parlamento dovrebbe riflettere".

La pensione definitiva è il calcolo dell'importo fatto dall'Inps tenendo conto dei dati Istat aggiornati. In pratica, quando ci si ritira dal lavoro, l'istituto nazionale fa una stima di massima e determina un importo temporaneo. Poi, però, lo stesso istituto dovrebbe ricalcolare l'assegno e definire l'importo definitivo. "I controlli vengono fatti su richiesta dell'interessato e a rischio errori - sottolinea Piccinini - ci sono soprattutto coloro che hanno usufruito della mobilità lunga, effetto della crisi che coinvolge gran parte del tessuto industriale del nostro paese".

Il pericolo, dunque, è di "ritrovarci con gli uffici dell'Inps ingolfati da queste domande, soltanto a noi ne sono giunte circa 100mila da gestire. Per questo ci siamo rivolti all'Inps chiedendo di risolvere la situazione, non vorremmo essere costretti a fare centinaia di migliaia di cause". La lentezza, a dire il vero, non dipende solo dall'inerzia dell'istituto, ci sono anche difficoltà oggettive. Si fa l'esempio di un lavoratore la cui pratica è rimasta imbrigliata per vent'anni: ebbe un periodo di malattia, Inps e Inail non hanno mai trovato un accordo sul riconoscimento della malattia o dell'infortunio e ora, al terzo grado di giudizio, sono passati i termini e ogni suo diritto è decaduto.

"L'Inps ha tentato -ammette Morena Piccinini- di tranquillizzarci, rispetto all'allarme che abbiamo lanciato, dicendo che non c'è nessun rischio sia per quanto riguarda i lavoratori che avevano la mobilità in passato e che hanno una pensione che deve  essere ricalcolata, sia per le altre situazioni con pensioni più vecchie per le quali noi abbiamo fatto la domanda di ricalcolo".

"L'Istituto ha così diffuso -continua Piccinini - un comunicato stampa che, come sappiamo, lascia il tempo che trova; per poi emanare un messaggio ai direttori di sede che difficilmente può essere usato in giudizio, perchéè non è una circolare ufficiale inserita sul sito che rappresenta la posizione ufficiale dell'Inps". "Quindi vogliamo che l'Inps - auspica il presidente dell'Inca- si metta in condizione di liquidare tempestivamente tutte le richieste che gli arrivano. Non deve lasciar passare i tre anni, anche perchè il tempo fissato dalla legge per il ricalcolo è di 120 giorni, e deve garantire la liquidazione di tutte le domande pendenti oppure di dare una risposta al pensionato, positiva o negativa che sia". "L'Inps deve, inoltre, garantire - sottolinea - che sulle pensioni liquidate in modo provvisorio non deve scattare la decadenza. Anche perchè la decadenza non vale solo se eccepita dall'Inps, ma può essere riconosciuta o imposta direttamente dal giudice d'ufficio".

"Ci auguriamo che l'Istituto - conclude - accolga la nostra richiesta e non ci sia bisogno di fare tante cause, anche perchè non abbiamo nessun interesse ad invadere le corti di giustizia italiane".

Con la vittoria netta del Pd, che si appresta a superare il 40% dei voti, l'elettorato ha dato sostanzialmente la fiducia alla strada intrapresa dal Premier. E' questo quanto emerge dal voto per le europee tenutosi ieri.

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L'attività di governo quindi può ricominciare da oggi e dovrebbe subire una forte accelerata. Il primo passo potrebbe esserci già giovedì con il varo in Consiglio dei ministri di alcuni decreti attuativi della delega fiscale. Almeno stando alle intenzioni di Renzi che vorrebbe attuare la Riforma del Fisco entro questo mese.  Se così fosse, i contribuenti potrebbero assistere già questa settimana alla nascita del 730 precompilato, una delle misure che piu' sta a cuore all'ex sindaco di Firenze, affiancato probabilmente dalla riforma del catasto. E poi c'è da definire la questione sulla Tasi per i comuni ritardatari.
Ma a tenere banco sarà la Riforma della Pubblica amministrazione che il Pd vorrebbe portare a termine entro Giugno. La data chiave sarà il prossimo 13 giugno quando si terrà il Cdm per il via libera alla Riforma che prevederà l'istituzione del ruolo unico della dirigenza, l'abolizione del trattenimento in servizio, prepensionamenti, mobilità obbligatoria e staffetta generazionale.

Nello specifico Renzi e il ministro della Funzione Pubblica Marianna Madia dovrebbero procedere all'abolizione del trattenimento in servizio, che libererebbe 10mila posti da qui al 2018 secondo il governo, l'utilizzo dell'esonero per chi si trova a 4/5 anni dalla pensione, con il riconoscimento di metà assegno e contribuzione piena per favorire l'uscita dei lavoratori piu' prossimi alla pensione. Un uso piu' incisivo della  mobilità volontaria e obbligatoria; la riforma della dirigenza, con il ritorno al ruolo unico e il superamento delle fasce con la massima mobilità anche per i dirigenti i cui contratti sarebbero rigorosamente a termine e per i quali è prevista la licenziabilità.


"Con il Presidente della Commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia, abbiamo inviato nei giorni scorsi una lettera al Premier Matteo Renzi ed ai ministri competenti per sollevare, per l’ennesima volta, il problema dei “quota 96″ degli insegnanti".

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Così ha ricordato il suo impegno per risolvere la vicenda dei 4mila insegnanti rimasti intrappolati nelle maglie della Riforma Fornero, l'ex ministro del lavoro Cesare Damiano.

Tornano quindi a sperare i "Quota 96", i docenti che da oltre due anni si batteno per vedersi riconoscere il diritto di accedere alla pensione facendo valere i requisiti anagrafici e contributivi previgenti l’entrata in vigore dell’art. 24 del decreto legge 201/2011 (riforma Fornero). Sono 4 mila i docenti interessati, si tratta di persone che hanno maturato i vecchi requisiti per la pensione tra il 1° Gennaio 2012 e il 31 Agosto 2012 e che ora hanno visto slittare la data di pensionamento di almeno 3 anni. Gli interessati ribadiscono la necessità di una pronta soluzione della vicenda, in tempo utile per accedere alla pensione già dal prossimo 1° Settembre. Una speranza che negli ultimi mesi si è affievolita dopo il niet del Ministero dell'Economia alla proposta di legge Ghizzoni/Marzana che si è infranta sullo scoglio delle coperture finanziarie, troppo incerte anche secondo la Ragioneria Generale dello stato.  

La palla ora è dunque del governo che deve individuare le coperture necessarie. Se nei giorni c'è stata una timida apertura da parte del ministro dell'istruzione Stefania Giannini i tempi stringono. Per centrare l'uscita del 1° settembre, considerando anche la pausa estiva di Agosto, il governo ha tempo massimo un paio di mesi per tradurre la proposta in legge. 

"Abbiamo ricordato l’”errore” commesso dall’allora ministro Fornero che confuse l’anno solare con quello scolastico, impedendo a molti insegnanti di poter andare in pensione. In successivi interventi, le Commissioni Lavoro e Bilancio della Camera hanno quantificato il numero di lavoratori interessati: si tratta di circa 4.000 persone che potrebbero lasciare il loro impiego ad altrettanti giovani insegnanti. Si tratterebbe di una operazione tutta a saldo positivo. Il tempo stringe se si vuole risolvere il problema, evitando di perdere un altro anno.

Anche la copertura finanziaria è stata quantificata: si tratta di circa 400 milioni di euro totali distribuiti nell’arco di alcuni anni. Una cifra a portata di mano per la copertura della quale invitiamo il Governo a dare una risposta tempestiva. Siamo sicuri che il Presidente del Consiglio sia fortemente sensibile al problema e che ci aiuterà a risolverlo" ha concluso Damiano.

In attesa di conoscere i prossimi passi dell'esecutivo su lavoro e pensioni che riprenderanno la settimana prossima dopo il risultato delle Elezioni Europee di oggi, l'ex ministro del lavoro Cesare Damiano esprime la sua contrarietà ad una revisione dell'articolo 18 e la necessità di introdurre maggiore flessiblità per l'uscita dal mondo del lavoro.

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"Se il centrodestra pensa che la legge Delega sul lavoro sia l’occasione per cancellare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, troverà la nostra ferma opposizione. Il PD si batte per il contratto di Inserimento a tempo indeterminato a condizione che preveda tutte le tradizionali protezioni. 
Se si dovesse sostituire l’attuale tutela contro il licenziamento con un semplice risarcimento monetario, non si potrebbe più parlare di contratto a tempo indeterminato. Sarebbe un contratto a termine mascherato. L’eccessiva deregolazione del mercato del lavoro è la causa prima della precarietà" ha avvertito Damiano.

Che rilancia la necessità di procedere a maggiore flessibilità per l'ingresso alla pensione già all'età dei 62 anni. "L’uscita dal lavoro verso la pensione a 67, come previsto dalla “riforma” Fornero, sta condannando alla disoccupazione i giovani. Per cambiare in meglio la situazione non dobbiamo rendere più liberi i licenziamenti, ma correggere il sistema pensionistico prevedendo un’uscita flessibile dal lavoro a partire dai 62 anni" ha concluso Damiano che ricorda che "anche la Germania ha fatto dietrofront approvando una riforma della pensioni che consente l'uscita a 62 anni". 


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