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I lavoratori che fanno ricorso a forme di previdenza complementare possono riscuotere da quest'anno le somme con un anticipo di cinque anni sotto forma di rendita godendo di una tassazione agevolata.


Rendita Integrativa Temporanea Anticipata (RITA)

Il dizionario di PensioniOggi.it

La Rendita Integrativa Temporanea Anticipata è uno degli strumenti contenuti nella Riforma previdenziale del 2017 che consente l'erogazione di un reddito in attesa di raggiungere l'età pensionabile. E' uno strumento introdotto con la legge 232/2016 (finanziaria 2017) assieme all'APE agevolato e all'ape volontario per dare una risposta al tema della flessibilità in uscita all'indomani dell'introduzione della Legge Fornero senza gravare sulle casse dello Stato.

A differenza dell'Ape volontario, che consiste in un prestito bancario da restituire con un prelievo ventennale sulla pensione e dall'Ape sociale, una indennità di natura assistenziale erogata dallo Stato destinata però solo ad alcune categorie di lavoratori in condizione di difficoltà, la RITA fa ricorso al capitale accumulato dal lavoratore nei fondi di previdenza complementare durante la sua vita attiva. Questo tesoretto composto dal TFR, dal contributo datoriale e dal contributo aggiuntivo del lavoratore, in sostanza, può essere riscosso in anticipo (sia parzialmente che totalmente a seconda delle esigenze dell'iscritto) sotto forma di rendita mensile in attesa che il lavoratore maturi il diritto alla pensione pubblica obbligatoria.

I rischi per il lavoratore

Si tratta di una forma di anticipo che seppur appetibile va valutata con attenzione perchè mette a rischio la pensione di scorta. Il principio è semplice: se si riscuote in anticipo il capitale accumulato nel fondo integrativo si riduce proporzionalmente la rendita sulla quale il lavoratore può contare al momento del raggiungimento della pensione pubblica che spesso, per effetto delle riforme degli ultimi anni, è già stata duramente messa alla prova. Ed è anche controversa perchè contrasta con le finalità della previdenza integrativa che è volta, per l'appunto ad integrare la pensione pubblica e non a sostituirla colmando un gap tra l'esigenza di andare in pensione e il progressivo innazalmento dell'età pensionabile prevista nel regime pubblico obbligatorio. 

Le modifiche dal 1° gennaio 2018

La RITA doveva partire in origine dal 1° maggio 2017 e doveva durare sino al 31 dicembre 2018 assieme al prestito pensionistico e all'Ape sociale ma sfortunatamente non è mai riuscita a decollare. A segnarne le sorti è stato l'aver subordinato la concessione della rendita alla certificazione da parte dell'Inps dei requisiti per l'Ape volontario. La mancata attuazione di quest'ultima misura ha sostanzialmente decretato l'impossibilità di accedere anche alla RITA, una sorta di collo di bottiglia. La legge di bilancio per il 2018 ha, pertanto, provveduto ad un ampio rinnovamento stabilizzando lo strumento anche oltre il 2018, eliminando le strane restrizioni che erano state imposte dalla legge 232/2016 ed inglobando, peraltro, le modifiche apportate dalla legge sulla concorrenza che nel corso del 2017 aveva esteso la rendita temporanea anche ai disoccupati da oltre 24 mesi. 

Più specificamente dal 1° gennaio 2018 alla RITA possono accedere due tipologie di soggetti: 

Prima tipologia: a) cessazione dell’attività lavorativa; b) entro cinque anni dal momento in cui si smette di lavorare si deve raggiungere l’età anagrafica per la pensione di vecchiaia nel regime obbligatorio di appartenenza (attualmente 66 anni e 7 mesi, ma dal prossimo anno 67 anni tondi); c) al momento della domanda si devono avere almeno 20 anni di contributi nei regimi obbligatori di appartenenza; d) e sempre al momento della domanda si devono avere 5 anni di iscrizione e contribuzione al fondo pensionistico cui si chiede la Rita. 

Seconda tipologia: a) cessazione dell’attività lavorativa; b) essere disoccupato dopo la cessazione dell’attività lavorativa per più di 24 mesi; c) avere raggiunto l’età anagrafica per la pensione di vecchiaia nel regime obbligatorio di appartenenza entro i 10 anni successivi al compimento del termine di inoccupazione; d) avere almeno 5 anni di partecipazione alle forme pensionistiche complementari.

Ad esempio un lavoratore che abbia contribuito a forme di previdenza complementare per quindici anni ed abbia raggiunto 62 anni e 35 anni di contributi nel regime obbligatorio nel 2018 con maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia a 67 anni nel 2023 (tralasciamo per semplicità gli effetti della speranza di vita) potrebbe decidere di cessare il rapporto di lavoro e farsi pagare la rendita dal fondo complementare sino alla pensione di vecchiaia. 

Regime fiscale vantaggioso

L'operazione viene, inoltre, incentivata fiscalmente in modo simile alla tassazione delle rendite erogate dalla previdenza complementare, prevedendo che la parte imponibile della RITA – sia che costituisca l’intero importo della prestazione complessivamente maturata presso il fondo pensione che una quota parte dello stesso – sia assoggettata a tassazione con la ritenuta a titolo d'imposta con l'aliquota del 15 per cento ridotta dello 0,3% per ogni anno eccedente il quindicesimo anno di partecipazione a forme pensionistiche complementari, con un limite massimo di riduzione di 6 punti percentuali sino ad abbassare l'aliquota sostitutiva al 9%. Ai fini dell’applicazione dell’aliquota ridotta, saranno computati fino a un massimo di 15 anche gli anni di iscrizione alla previdenza complementare anteriori al 1° gennaio 2007. Qui è possibile calcolare l'importo della rendita pensionistica integrativa.

Viene riconosciuta, inoltre, la facoltà di non avvalersi della predetta tassazione sostitutiva, mediante evidenziazione di tale scelta nella dichiarazione dei redditi, nel qual caso la RITA è assoggettata a tassazione ordinaria.

Alla RITA possono accedere i lavoratori del settore privato nonché i lavoratori del settore pubblico sempreché abbiano aderito a fondi pensione o piani individuali pensionistici. Da tale possibilità resteranno, invece, espressamente esclusi gli aderenti ai fondi preesistenti (istituiti prima del 1993) in regime di prestazione definita, in quanto per tali fondi la previsione di un’anticipazione della prestazione avrebbe potuto determinare effetti negativi sull’equilibrio attuariale delle rispettive gestioni. Possono chiedere la Rita sia gli iscritti che hanno contribuito presso fondi negoziali chiusi, sia gli iscritti a fondi negoziali aperti sia gli iscritti ai cd. Pip, i piani individuali pensionistici. 

Il rapporto con gli Anticipi Pensionistici

Anche a seguito della ristrutturazione dello strumento dal 1° gennaio 2018 la Rendita Integrativa Anticipata è cumulabile sia con l'ape volontario sia con l'ape sociale consentendo, pertanto, al lavoratore di mixare i due strumenti. Si pensi ad esempio ad un lavoratore disoccupato. Questi potrebbe decidere di chiedere un prestito di entità minore tramite l'APE volontario invece che una percentuale superiore, e chiedere contestualmente l'erogazione anticipata di una parte o l'intera pensione complementare a cui avrebbe diritto attraverso la RITA.

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Documenti: Nota Covip 1174/2017; Nota Covip 88/2018

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