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Ai comuni spetterà la possibilità di introdurre le detrazioni necessarie per non superare gli effetti della vecchia Imu. 

In molti comuni il rischio di rimpiangere il conto della vecchia Imu potrebbe essere concreto soprattutto sulle case che hanno un valore più basso.

È l'effetto dell'introduzione della nuova Tasi che non prevede le detrazioni che nell'Imu cancellavano l'imposta per oltre 5 milioni di abitazioni principali di valore basso e la diminuiva in modo importante anche per quelle di valore medio. L'Imu 2012 escludeva del pagamento infatti tutte le case fino 53 mila euro di valore catastale, una somma però che poteva alzarsi in caso di presenza di figli conviventi sotto i 26 anni concedendo una boccata d'ossigeno a moltissime famiglie italiane.

Ora invece la Tasi chiede un obolo a tutti i contribuenti: se con l'Imu un appartamento con 53 mila euro di reddito catastale non pagava nulla, ora dovrà sborsare, ad aliquota standard, ben 53 euro. Ma le cose rischiano di andare anche peggio in quanto molti comuni, per far quadrare i conti, hanno portato le aliquote vicino o in linea con il massimo valore consentito dalla legge (fissato al 2,5 per mille). Insomma un contribuente che nel 2012 era esente dall'Imu quest'anno rischia di pagare oltre 100 euro.

In verità l'esecutivo ha aggiunto nel decreto legge Salva Roma la possibilità di introdurre un'aliquota aggiuntiva pari allo 0,8 per mille da applicare sulle abitazioni principali oppure sugli altri immobili (altrimenti da dividere tra queste due categorie) per consentire ai Comuni di reintrodurre le detrazioni base.

In pratica i Comuni potranno portare l'aliquota sulla prima casa sino al 3,3 per mille oppure quella per gli altri immobili all'11,4 per mille superando i limiti massimi del 2,5 e 10,6 per mille. Ammessa anche la possibilità di spalmare a metà l'aumento sulle prime case e sulle seconde case. 

È questa ipotesi a cui sta già lavorando, ad esempio, il Comune di Bologna che vorrebbe applicare la super Tasi all'abitazione principale portando l'aliquota al 3,3 per mille e finanziando una detrazione base di 200 euro.

I sindaci potrebbero però anche finanziare detrazioni diverse a seconda dell'aumentare del valore dell'immobile. Ad esempio i Comuni potrebbero riservare sconti maggiori alle rendite catastali più basse e farle diminuire all'aumentare della rendita catastale.

Ma l'incremento della Tasi per finanziare le detrazioni è solamente un'opzione e dunque non è detto che i primi cittadini la introdurranno. E inoltre, se lo faranno, ci sarà inevitabilmente una ulteriore frammentazione della disciplina della tassazione degli immobili a livello locale in quanto ciascun comune avrà le sue regole, le sue aliquote e le sue detrazioni. Insomma per i contribuenti i problemi non sono destinati a diminuire.

Il budget stanziato per il 2014 è pari a 1,7 miliardi contro i 2,7 messi a disposizione nel 2013.

Le risorse stanziate della Cassa Integrazione in Deroga per quest'anno si stanno rapidamente esaurendo, consumate dal periodo di crisi. È lo stesso titolare del dicastero di via Veneto, Poletti a denunciarlo. Per quest'anno le risorse sono pari a 1,7 miliardi, un miliardo in meno rispetto alla stessa spesa stanziata per l'anno scorso. Ed è proprio su questo miliardo che Giuliano Poletti chiede di provvedere al Ministero dell'Economia e a Palazzo Chigi. 

Nel frattempo i sindacati lanciano l'allarme: "per chiudere il 2013 mancano 600 milioni e poi bisognerà affrontare il 2014 che non si preannuncia un anno migliore. In quasi tutte le regioni i fondi sono esauriti ma continuano a pervenire domande da parte di aziende e lavoratori. Il governo deve rapidamente procedere allo sblocco dei fondi" ha affermato Simoncini coordinatore degli assessori regionali al lavoro.

L'ammortizzatore introdotto nel 2008 come misura anticrisi sta purtroppo diventando sempre più un salvagente universale per far fronte a quelle richieste da parte delle imprese escluse dai requisiti per l'accesso alla Cassa integrazione normale.

È un dato di fatto questo ben evidente al responsabile della Uil Angeletti che vuole vederci chiaro sulla preannunciata riforma degli ammortizzatori sociali contenuta nel disegno di legge delega presentato dal Matteo Renzi: "chiediamo di essere consultati in tempo utile dal governo per capire quali saranno le novità". Il nuovo ammortizzatore sociale dovrebbe, secondo le intenzioni di Renzi, vedere la luce nel 2016 e sostituire gli attuali sostegni in materia di Aspi e Mini-Aspi e soprattutto estendere la tutela anche nei confronti dei lavoratori non subordinati. 

I sindacati vogliono anche comprendere i dettagli del decreto che dovrebbe limitare l'utilizzo della Cassa integrazione guadagni in deroga fino alla sua scomparsa, prevista, per l'appunto, nel 2016. Il governo dovrebbe infatti approvare un decreto contenente una stretta sui requisiti e durate più brevi rispetto a quelle attuali.

La misura contenuta nel decreto casa 2014, la tassa piatta è quasi sempre più conveniente del prelievo Irpef.

Con il decreto legge 47/2014, il governo ha abbassato l'aliquota della cedolare secca sugli affitti a canone concordato al 10 per cento, quella prevista per le locazioni a canone libero rimane invece fissa al 21 per cento.

Secondo le stime delle Acli per i locatori che hanno già stipulato un contratto a canone convenzionato la nuova aliquota comporterà quindi un risparmio d'imposta del 5 per cento. Tradotto in soldoni significa circa 180 euro l'anno in meno in tasse per quei canoni mensili sino a 300 euro. 

È chiaro invece che chi deve stipulare un nuovo contratto di locazione dovrà fermarsi un attimo ed effettuare le consuete valutazioni di convenienza. Qui vale un principio generale: chi stipula un contratto a canone concordato deve mettere in conto di ottenere una cifra inferiore rispetto ai valori di mercato, ma consegue il vantaggio di pagare tasse ridotte sul reddito di locazione. 

Insomma il conduttore che voglia stipulare un nuovo contratto di locazione dovrà capire se lo sconto riferito alla cedolare secca sia sufficiente a compensare la riduzione del canone che potrebbe essere ottenuto in regime libero.

Secondo i calcoli del Patronato Acli, immaginando un affitto in regime di libero mercato a 1.000 euro al mese il locatore potrebbe comunque ottenere un vantaggio fiscale accontentandosi di un canone in regime concordato anche pari a 900 euro al mese. Prima della modifica il proprietario non avrebbe avuto interesse invece a stipulare un contratto a canone concordato inferiore a 950 euro al mese. La mini cedolare quindi può rendere più conveniente gli affitti convenzionati superiori a 900 euro al mese.

La soglia è solo indicativa precisano le Acli. Ad incidere sul concordato sono gli accordi locali tra sindacati degli inquilini ed associazioni della proprietà che individuano il range entro cui deve essere definito il canone concordato. Le condizioni possono in realtà cambiare anche all'interno della stessa città. Quindi bisogna fare attenzione ai calcoli.

Ma un dato è certo. La cedolare secca al 10 per cento può comportare vantaggi sia al proprietario che può pagare meno tasse sia al conduttore che può ottenere un prezzo più basso. E un ulteriore fattore che potrebbe stimolare il ricorso al concordato è la crisi economica che in molte città ha limitato gli affitti di mercato rendendo il canone concordato più competitivo. Senza contare che anche i comuni possono determinare la convenienza o meno della cedolare con l'introduzione di agevolazioni e rincari su Imu e Tasi.

La nuova cedolare secca - La cedolare secca, prevista nel decreto sul fisco municipale nel 2011, sostituisce l'Irpef. Le aliquote previste all'inizio erano pari al 21 per cento sui canoni liberi e del 19 per cento su quelli concordati. Dal 2013 l'aliquota del concordato è stata ridotta al 15 per cento e da quest'anno passa al 10 per cento.

Il locatore che opta per la tassa piatta deve comunicarlo con raccomandata all'inquilino e deve rinunciare all'aggiornamento del canone Istat. La tassa piatta inoltre può essere applicata solo sulle locazioni abitative stipulate da privati con inquilini persone fisiche.

Una garanzia universale sostituirà Aspi e mini Aspi. Spetterà a tutti i lavoratori che perdono il lavoro anche non subordinato.

La maggior parte degli interventi in materia di politiche attive e passive per il lavoro è stata demandata al disegno di legge delega che l'esecutivo dovrebbe presentare in Parlamento nei prossimi giorni.

Secondo le anticipazioni fornite dal Ministero del Lavoro le novità dovrebbero razionalizzare, semplificare e rendere più efficienti i servizi per l'impiego e degli ammortizzatori sociali che verranno gradualmente sostituiti dal 2016 con uno strumento universale.

Ma molte novità dovrebbero interessare anche il fronte degli adempimenti previsti per i datori di lavoro oltre ad una completa rivisitazione delle attuali forme contrattuali, giudicate ormai non più in linea con i tempi da Renzi.

L'iter quindi è chiaro. Il governo punta a far approvare un disegno di legge delega attraverso cui poi procedere, entro sei mesi dall'approvazione, alla pubblicazione dei decreti legislativi che riordineranno il mercato del lavoro.

Tra le novità che ha anticipato il dicastero del lavoro c'è la creazione di una Agenzia nazionale per l'Impiego a cui verrà affidata la gestione delle politiche attive e passive del lavoro con la compartecipazione dello Stato, Regioni e Province autonome e con il coinvolgimento delle parti sociali.

L' agenzia dovrebbe anche avere un raccordo con l'Inps e con tutti gli altri enti che hanno competenza in materia di incentivi. Tra gli obiettivi che si prefissa il governo c'è comunque quella di lasciare un maggior spazio alle agenzie private per favorire una migliore mobilità del mercato del lavoro e una maggiore efficienza e rapidità dell'incontro tra domanda ed offerta.

Di grande importanza le misure proposte in tema di ammortizzatori sociali. Renzi propone la sostituzione di Aspi e mini Aspi con un sistema di garanzia universale previsto in favore di tutti lavoratori. L ' ammortizzatore universale riconoscerà tutele uniformi a tutti coloro che perdono il posto di lavoro, anche in forma non subordinata e terrà maggiormente in considerazione la contribuzione accreditata in favore del lavoratore. 

Nella delega vi sarà anche una maggiore tutela alla maternità. Con la garanzia della corresponsione dell'indennità anche favore delle lavoratrici iscritte alla gestione separata, in particolare quelle a progetto, che attualmente vedono subordinato il loro diritto all'effettivo versamento dei contributi da parte del committente in misura sufficiente alla maturazione del diritto stesso. 

Nella delega dovrebbe vedere la luce quella razionalizzazione delle centinaia di forme contrattuali oggi esistenti. Qui  l'intenzione è privilegiare quelle che consentono l'accesso al mercato del lavoro dei giovani. E in questo ambito del resto che si inserisce il contratto di lavoro tanto pubblicizzato nel Jobs act a cui dovrebbe accompagnarsi una modifica dell'articolo 18 per consentire maggiore libertà di licenziamento almeno nella prima fase del rapporto lavorativo.

Inoltre, secondo le anticipazioni del premier, vedrà la luce un testo unico organico che conterrà tutte le tipologie contrattuali al fine di semplificare il settore. 

Alcune semplificazioni dovrebbero toccare anche i datori di lavoro. Che dovrebbero ottenere lo snellimento delle informazioni da fornire ai Centri per l'Impiego in caso di instaurazione e cessazione del rapporto di lavoro oltre ad un alleggerimento di tutti quegli obblighi documentali previsti nel corso dello svolgimento del rapporto lavorativo.

Si accende la polemica all'interno del governo per l'anticipo dell'uscita solo per i dipendenti pubblici. Gli esodati chiedono di essere inseriti nel progetto.

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Anche l'ex ministro del lavoro Elsa Fornero è andata contro il ministro Madia. «Alla Madia suggerisco di essere abbastanza attenta, i dipendenti privati farebbero bene ad arrabbiarsi perché non possono essere sempre solo loro a pagare».

Il progetto del ministro, che ha ufficialmente annunciato il piano di prepensionamenti per gli statali, inizia a suscitare le reazioni. Dopo i sit-in degli esodati che stanno protestando davanti alla direzione del Pd anche alcuni all'interno del partito cominciano a diffondersi in primi malumori.

Il problema è che ci sono migliaia di dipendenti del settore privato, oltre 120mila, ancora non salvaguardati dalle normative attuali che sono usciti dal mondo del lavoro con la speranza di andare in pensione e che ora sono rimasti a bocca asciutta dopo la Riforma del 2011.

La platea è molto vasta, probabilmente inquantificabile in maniera ufficiale e protesta contro le ipotesi di anticipare l'accesso al pensionamento dei dipendenti pubblici. "Loro un posto di lavoro e una fonte di reddito già la hanno", così dicono al sit-in di via del Nazareno.

Ciò che gli esodati chiedono è di destinare le risorse a risolvere prima il loro problema, piu' grave in quanto non hanno alcuna fonte di reddito. «È assolutamente prioritario prima di qualsiasi intervento sulle pensioni», dice Stefano Fassina, ex vice ministro dell'Economia in quota Pd sotto il governo Letta, «risolvere il problema degli esodati».

Fassina nei giorni scorsi, insieme a Gianni Cuperlo, ha incontrato gli esodati per chiedere un incontro diretto con il premier Matteo Renzi. «Non si possono rivedere le regole per anticipare la pensione a dirigenti pubblici che hanno stipendi elevati», spiega l'ex ministro, «per una questione di equità va assicurato lo stesso trattamento anche ai dipendenti privati».

Anche l'ex ministro del welfare Cesare Damiano, è d'accordo. «Serve che il governo si coordini al suo interno», il problema «è che non si percepisce il fatto che la questione esodati stia diventando esplosiva».

Nei giorni scorsi il ministro del lavoro Giuliano Poletti, in audizione alla Camera, ha parlato della volontà del governo di trovare una «risposta organica» al problema. Sul punto è lo stesso Ministro ad aver ricordato ieri che è stata calendarizzato alla Camera per il 14 Aprile la discussione della proposta unificata sul tema delle deroghe alla Riforma del 2011 approvata in Commissione Lavoro due settimane fa.

Il nodo è quello delle risorse. Per risolvere il problema degli esodati alla radice, secondo la Ragioneria, si dovrebbero trovare 17 miliardi fino al 2022. Cifre troppo grandi per un paese in difficoltà.

L'ex ministro del lavoro Enrico Giovannini aveva ipotizzato l'escamatoge dell'introduzione del "prestito pensionistico". In pratica sarebbe consentito a tutti i dipendenti di lasciare il lavoro in anticipo, ma scaricando il costo in parte sulle imprese, in parte sullo Stato e in parte sul lavoratore stesso, con una riduzione della pensione tra il 10 e il 15 per cento.

E poi c'è il progetto di legge firmato da Damiano e dall'attuale sottosegretario dell'Economia, Pierpaolo Baretta, che giace in Commissione lavoro e concede la possibilità di lasciare, per tutti, il lavoro a 62 anni con almeno 35 di contributi. Ed anche in questo caso è prevista una penalizzazione sulla pensione percepita.

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